domenica, novembre 09, 2008

 

Due messaggi di auguri dal Sudafrica per Obama

Periodo incasinatissimo, per mille motivi. Beh, questo, però, non potevo proprio perdermelo:
Un evento epocale” che riempie di “speranza” per “un mondo migliore”: l’ex-presidente Nelson Mandela e l’arcivescovo anglicano emerito di Città del Capo Desmond Tutu, premi Nobel per la pace e padri delSudafrica moderno, hanno inviato entrambi un messaggio di auguri a Barack Obama, vincitore delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. “La tua vittoria – si afferma nel messaggio di Mandela – ha dimostrato che nessuno deve aver paura di sognare di voler cambiare il mondo (...). Prendiamo atto e applaudiamo il tuo impegno per la pace e la sicurezza mondiale. Crediamo che farai della lotta contro il flagello della povertà e della malattia, in ogni parte del mondo, la missione della tua presidenza”. “L’elezione di Obama – sottolinea Tutu - è un evento epocale che riempie il mondo della speranza che il cambiamento sia possibile.
E’ formidabile: si sta dicendo alla gente di colore che per loro il cielo non ha più limiti (...). C’è una nuova primavera di fronte a noi, ora le nostre spalle sono più dritte. E’ quasi come quando Nelson Mandela divenne presidente del Sudafrica nel 1994”
(Fonte: Misna)

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giovedì, luglio 24, 2008

 

Crisi alimentare, sindacati in piazza: "A pagare sono i più poveri"

L’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’elettricità colpisce le masse dei lavoratori poveri”: a parlare è il segretario generale del Congresso dei sindacati sudafricani, Zwelinzima Vavi (immagine), nel corso della manifestazione popolare che ha attraversato ieri il centro di Johannesburg.
Al corteo, secondo l’agenzia di stampa Sapa, hanno partecipato diverse migliaia di persone, molte delle quali con indosso i cappellini e le magliette rosse dei sindacati. “Siamo arrabbiati per i prezzi dei prodotti alimentari di base - ha scandito Vavi dal palco – e siamo qui per esprimere disgusto e frustrazione”.
Oltre a intonare slogan del tipo “stop alla fame” e “combattiamo i rincari”, i dimostranti hanno contestato gli aumenti del 27,5% annunciati di recente da Eskom, la società nazionale che gestisce la distribuzione dell’elettricità; le nuove tariffe servirebbero a finanziare una serie di lavori infrastrutturali, ma i dirigenti del Congresso denunciano manovre di tipo speculativo (maddai... ndr). Il corteo si colloca sullo sfondo delle forti tensioni che attraversano la società sudafricana: in aprile, il tasso di inflazione annua ha superato l’11% e aumenti particolarmente sostenuti dei prezzi al consumo hanno riguardato tutti i derivati del petrolio e beni essenziali come pane, olio e latte. Mentre era in corso il corteo, il governo ha annunciato la disponibilità a incontrare le parti sindacali prima del 6 agosto, giornata di sciopero nazionale.
(Fonte: Misna)

AGGIORNAMENTO (25/07/08):
Le proteste si estendono in quattro province
Continua in Sudafrica la mobilitazione popolare contro il carovita: a meno di due settimane dallo sciopero generale in programma il 6 agosto, decine di migliaia di persone hanno partecipato ieri ai cortei organizzati in diverse regioni del paese dai sindacati nazionali. A incrociare le braccia nelle province di Gauteng, Eastern Cape, Limpopo e North West – scrive oggi il quotidiano economico “Business Day” – sono stati soprattutto gli operai dei settori automobilistico, minerario e tessile, con astensioni dal lavoro che avrebbero oscillato tra il 90 e il 73%. Secondo il presidente del Congresso dei sindacati sudafricani (Cosatu), la potente confederazione nazionale che ha coordinato la protesta, “lo sciopero ha registrato una buona adesione”. “Il 6 agosto – ha aggiunto il dirigente – ci aspettiamo una partecipazione ancora più massiccia”. All’origine delle tensioni che nelle ultime settimane attraversano la società sudafricana ci sono i forti aumenti dei prezzi dei generi alimentari e delle forniture di elettricità. Secondo le stime fornite ieri da un istituto di ricerca locale, nell’ultimo anno l’inflazione è cresciuta più delle retribuzioni medie: dal maggio 2007 al maggio 2008 i prodotti alimentari di base e i derivati del petrolio avrebbero subito rincari del 16,8% e del 35,6%, a fronte di aumenti del reddito pro capite di appena il 12%.
(Fonte: Misna)

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giovedì, luglio 10, 2008

 

Zimbabwe: Fifa e Sudafrica chiedono la pace

Il legale del partito di opposizione, Lewis Uriri, ha annunciato che i colloqui tra il partito del Presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe (immagine), Zanu-Pf, e l'opposizione inizieranno questa settimana. Uriri ha inoltre motivato la richiesta presentata ieri alla magistratura di restituire il passaporto al numero due del partito, Tendai Biti, sotto accusa per tradimento e sovversione: Biti dovrà raggiunge il Sudafrica, dove sono in programma i negoziati.
Gli organizzatori di Sudafrica 2010 hanno intanto lanciato un appello per la pace nel tormentato vicino. Il segretario generale della Fifa Jerome Valcke e Danny Jordaan hanno incontrato la stampa per discutere della crisi nel vicino Zimbabwe. Il Sudafrica, principale potenza della regione, è stato accusato di aver fatto troppo poco per promuovere le riforme nel Paese di Mugabe. Jordaan ha detto che è nell'interesse di tutti avere "stabilità in Zimbabwe" entro il 2010. Valcke ha auspicato che la politica riesca a trovare una soluzione alla crisi. Bontà sua.

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giovedì, luglio 03, 2008

 

Sudafrica, si ricordano le vittime degli attacchi xenofobi

"A nome dei sudafricani e del governo chiedo umilmente scusa alla nostra gente, agli ospiti stranieri e a tutta l’Africa per aver permesso a criminali tra noi di infliggere un così terribile dolore a tanti nella nostra società, in particolare ai nostri ospiti stranieri”: con queste parole è iniziato il messaggio del Presidente Thabo Mbeki, pronunciato oggi pomeriggio in una cerimonia dedicata alla commemorazione delle vittime delle violenze xenofobe che lo scorso maggio hanno sconvolto il Paese. “Siamo qui oggi – ha continuato Mbeki rivolgendosi a un’assemblea di centinaia di persone, tra cui molti immigrati sfollati a causa delle aggressioni, nella sede del governo locale a Tshwane (già Pretoria) – per dichiarare che faremo tutto il necessario per tornare di nuovo a vivere tutti insieme come africani, a prescindere dall’origine geografica, in pace e rifiutandoci di lasciar spazio a un nuovo sistema di apartheid”. Gli attacchi contro gli stranieri cominciati il 12 maggio nella township di Alexandra, e poi diffusisi in altre località nella provincia di Gauteng, in quella di Western Cape e a Durban nelle due settimane successive, hanno provocato 62 morti, tra cui accertati anche 21 cittadini sudafricani, e oltre 43.000 sfollati, secondo le stime ufficiali confermate oggi. “Nessuno nella nostra società ha il diritto di incoraggiare o incitare alla xenophobia cercando di nascondere le mere intenzioni criminali camuffandole con odio contro gli stranieri” ha aggiunto Mbeki, riferendosi alle conclusioni cui sono giunte inchieste e analisi, ufficiali e non, secondo cui a prime tensioni contro gli stranieri, alimentate dalla crisi economica e sociale nei quartieri poveri, si sono subito sovrapposte le finalità della delinquenza comune dando sfogo a razzie e furti. Il ministro della Sicurezza Charles Nqakula, presente alla cerimonia con altri ministri e diplomatici, ha ringraziato le organizzazioni religiose e laiche e tutti i privati cittadini che hanno aiutato gli sfollati inviando denaro, cibo e vestiti; il ministro ha inoltre detto che la maggior parte degli sfollati è rientrata nei loro quartieri e che attualmente sono 9000 le persone rimaste nei centri di accoglienza. Non è stata fatta però alcuna menzione a risarcimenti per quelli che hanno perso tutto nei roghi appiccati dai delinquenti. Il problema è sentito poiché mentre tanti tornano alle loro vite, altri non sanno dove andare. “Il campo di accoglienza di Soetwater, sulla costa nei dintorni di Cape Town, è stato chiuso perché tutti gli sfollati sono tornati alle loro case o hanno trovato altre sistemazioni; si è molto ridotta anche la presenza negli altri cinque campi e nelle "community hall" (strutture pubbliche per riunioni)” dice Sergio Carciotto, coordinatore del Scalabrini Center di Cape Town, il centro di assistenza per rifugiati e richiedenti asilo creato dai missionari scalabriniani. Carciotto sottolinea però che “ora i problemi maggiori restano per chi non può rientrare, perché la sua casa è stata bruciata con tutto quello che aveva o quelli che nei roghi hanno perso l’attività commerciale, e non ha il capitale per ricominciare. Chi resta nei campi sulla costa, inoltre, è troppo lontano dalla città per poter trovare e conservare un lavoro”.
I cittadini stranieri messi in fuga dalle violenze xenofobe ed ora ospitati nei campi di accoglienza riceveranno carte d’identità provvisorie emesse dal ministero dell’Interno: lo ha detto alla televisione sudafricana il portavoce del dicastero, precisando che i documenti saranno validi fino al 30 novembre.
(Fonte: Misna)

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martedì, maggio 20, 2008

 

Processo ai pirati del Sudafrica

Questo articolo l'ho scritto per il Manifesto di domenica (18 maggio):

Grazie a una legge del XVIII secolo sui pirati un gruppo di sopravvissuti all'apartheid sfida trenta super-aziende, all'epoca in affari con Pretoria: Shell, Coca-Cola, Ibm... E il processo si farà: troppi giudici della Corte suprema sono anche azionisti di quelle aziende.
I nomi in gioco sono di quelli che fanno tremare i polsi: Shell, Citigroup, Barclays, Coca-Cola, Colgate-Palmolive, Dow Chemical, Exxon Mobil, Ford, Fujitsu. E le svizzere Ubs, Credit Suisse, Holcim, Ems Chemie, Novartis, Nestlé, Unaxis, Sulze. Colossi in grado di piegare alla propria volontà qualunque burocrate, soprattutto se decidono di lavorare insieme. Ma la Corte suprema degli Stati uniti ha spiazzato tutti: le multinazionali (una cinquantina in tutto) potrebbero essere processate dalla magistratura americana con l'accusa di avere di aver violato le leggi internazionali, appoggiando il governo razzista di Pretoria e aggirando l'embargo all'epoca dell'apartheid. Per questo potrebbero essere costrette a pagare 400 miliardi di dollari a cittadini sudafricani vittime delle violenze dell'allora regime.
In precedenza i giudici (insieme alle compagnie, all'amministrazione Bush e all'attuale governo sudafricano) avevano chiesto l'intervento della Corte suprema per fermare il processo, asserendo che la causa avrebbe rischiato di danneggiare le relazioni internazionali e lo sviluppo economico del Sudafrica e punito in modo arbitrario le società coinvolte. Il Dipartimento di Stato Usa si è persino premurato di avvisare i giudici dei «rischi potenzialmente molto gravi di conseguenze negative per gli interessi degli Stati Uniti». Nel suo minority report - l'opinione di minoranza di un giudice in disaccordo con la sentenza - il giudice Edward Korman ha detto di considerare la causa «un insulto al governo post-apartheid, in maggioranza nero, di un popolo libero». Dare ascolto a circa cento vittime in cerca di giustizia, tante sono quelle il cui nome compare sul procedimento legale, avrebbe significato «dare l'impressione che gli Stati uniti non rispettassero la capacità dei sudafricani di amministrare la propria giustizia e che le corti americane potessero essere meglio attrezzate per giudicare il grado di riconciliazione nazionale raggiunto nel paese». «Gli affari sono affari», ha proseguito recentemente Korman: «quelle imprese stavano semplicemente lavorando» (nessuna di esse, in ogni caso, ha sentito la necessità di presentarsi davanti alla Commissione per la libertà e la riconciliazione, al crollo del regime razzista). Korman non è un ultradestro militante: deve la sua notorietà a un famoso conflitto giudiziario tra sopravvissuti dell'Olocausto e banche svizzere, in cui vinsero i primi. Ma il Sudafrica è un'altra cosa.
Chiamata a giudicare, la Corte suprema degli Stati uniti si è però ritrovata senza il quorum necessario, dopo che quattro giudici su nove sono stati costretti a rinunciare al caso per conflitto di interessi: avevano legami (i più vari, dal possedere azioni all'essere familiari di dirigenti) con la Banca d'America, la Bristol-Myers Squibb, la Colgate-Palmolive, il Credit Suisse, Exxon Mobil, Hewlett-Packard, IBM e Nestlé. I supremi magistrati si sono perciò trovati con le mani legate dalle leggi federali, che richiedono che siano almeno sei i giudici che trattano ogni ricorso alla Corte, e non hanno potuto fare altro che attenersi al precedente grado di giudizio. Cioè la sentenza della seconda corte di appello di New York che giudicava ammissibili le denunce (nonostante il giudice Korman). Il processo si farà.
L'iter giudiziario era partito nel 2002, quando alcuni gruppi di privati cittadini e organizzazioni non governative sudafricane, tra cui il «Khulumani support group»" e il «Laywers for the south africans» cominciarono a presentare ricorsi alla giustizia americana a nome di decine di migliaia di sudafricani vittime del regime dell'apartheid, pretendendo dalle multinazionali che facevano affari con il governo razzista risarcimenti per centinaia di miliardi di dollari. Ovviamente si è trattato di un cammino in salita, sia per lo scarso appoggio ricevuto in patria dalle istituzioni (il governo sudafricano si è schierato contro i ricorsi) che per lo strapotere delle multinazionali contro cui avevano deciso di schierarsi.
Gli avvocati avranno ora il non facile compito di dimostrare che le aziende hanno violato leggi internazionali dando assistenza al governo antidemocratico sudafricano. Per poter arrivare a presentare le denunce negli Stati uniti, i legali sudafricani hanno fatto ricorso a un escamotage più volte tentato e mai riuscito negli ultimi quindici anni, quello di fare riferimento a una legge del XVIII secolo, la «Alien tort claims act», che consente agli stranieri di ricorrere alla legge americana per violazioni del diritto internazionale. Quel vecchio provvedimento era stato pensato per essere utilizzato, ironia della sorte, contro i pirati.
La questione rischia di mettere in crisi la politica americana nei confronti di molti governi amici accusati di violazioni dei diritti umani, anche se non è certo il caso del Sudafrica, e sembrano andare in questa direzione anche le parole di Nelson Mandela, che giovedì ha invitato i compatrioti a superare «le divisioni distruttive» che rischiano di riemergere nel paese, invitando i sudafricani a «ricordare l'orrore da cui veniamo». «Non dimenticate - ha detto Mandela nel suo intervento - la grandezza di una nazione che è riuscita a sanare le proprie divisioni, non risprofondiamo in quelle divisioni distruttive».
Gli avvocati sudafricani non cantano ancora vittoria: per ora, dicono, si tratta solo di un ostacolo imprevisto nella strategia della difesa. L'obiettivo ora è quello di convincere il governo della Rainbow Nation ad appoggiare il loro lavoro: Mandela ha ragione ad auspicare che le ferite del passato possano rimarginarsi, ma non tutti sono convinti che sia sufficiente un colpo di spugna.
Immediate (e scontate) anche le reazioni delle multinazionali. UBS, per esempio, la grande banca elvetica chiamata in causa, si è dichiarata «molto delusa» dal fatto che i giudici americani non abbiano ancora messo fine al contenzioso. I vertici del potente istituto di credito rimangono comunque molto fiduciosi e si dicono convinti che le richieste saranno alla fine respinte dai tribunali. Purtroppo, non sono i soli.
La Corte suprema Giudici e (buone)azioni Conflitto di interesse, si ritirano dal caso quattro togati su nove
La Corte suprema degli Stati uniti è composta di nove giudici. Quattro di loro si sono dichiarati in conflitto di interesse rispetto al caso dei giganti economici americani citati in giudizio dai sopravvissuti dell'apartheid. Il motivo è scritto nelle loro dichiarazioni dei redditi.
Nel portafoglio Ibm, Palmolive e Nestlé, oppure il figlio banchiere
Il presidente della Corte suprema, John Roberts, ha azioni della Hewlett-Packard. Il giudice Stephen Breyer possiede titoli di Colgate-Palmolive, Bank of America, Ibm e Nestlè. L'ultimo arrivato, Samuel Alito, nel suo pacchetto possiede Bristol-Myers, Squibb e Exon-Mobil. E il giudice Anthony Kennedy si è dichiarato in conflitto di interesse probabilmente perché (i giudici non sono tenuti a spiegare i motivi) suo figlio è un banchiere del gruppo Credit Suisse.

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giovedì, maggio 15, 2008

 

Monito di Mandela sulle "divisioni distruttive"

L'ex Presidente sudafricano Nelson Mandela ha lanciato oggi un monito contro "le divisioni distruttive" che rischiano di riemergere nel Paese, invitando i sudafricani a "ricordate l'orrore da cui veniamo". L'appello è stato lanciato dal leader della lotta all'apartheid in occasione della cerimonia privata svoltasi alla sua Fondazione a Johannesburg, in cui il sindaco di Pretoria, Gwen Ramokgopa, gli ha conferito il premio Libertà della città. "Non dimenticate la grandezza di una nazione che è riuscita a sanare le proprie divisione - ha sottolineato Mandela nel suo intervento - non risprofondiamo in quelle divisioni distruttive". Quindi, parlando di sè come di un "vecchio uomo", Mandela ha ricordato la sua decisione di non accettare più premi, perchè "il testimone della leadership" era passato ad altri, motivando la sua decisione di infrangere quella promessa: "Abbiamo ceduto a questa tentazione perchè nel novantesimo anno in cui il pianeta è stato tormentato dalla nostro presenza, dovevo mostrare un po' di gratitudine". L'ex Presidente compirà 90 anni il prossimo luglio. La cerimonia di premiazione è stata trasmessa in diretta a Pretoria, a circa 80 chilometri a nord di Johannesburg. Nel 2005, il consiglio comunale della città decise di tornare al suo vecchio nome, Tshwane, di origine Ndebele, che significa "siamo uguali". Il nome Pretoria venne scelto dai coloni bianchi, insediatosi nell'area nel 1855 sotto la guida di Andries Pretorius, il leader del "Grande viaggio" compiuto dai coloni olandesi, gli Afrikaners, all'interno del Paese. Per molti neri, il nome Pretoria indica decenni di governo razzista dei bianchi, mentre gli Afrikaners hanno contestato la decisione di cambiare nome, ritenuta un affronto alla loro storia e alla loro cultura. Oggi, nel corso della cerimonia, il sindaco Gwen Ramakgopa ha sottolineato che Tshwane ha ospitato "il primo Presidente di un Sudafrica libero e democratico" e ha definito Mandela "un'ispirazione per la riconciliazione nel mondo".
(Fonte: Missionari d'Africa)

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venerdì, maggio 09, 2008

 

Angola 2010: una festa

Il 2010 non sarà solo l'anno del Sudafrica, ma anche della prossima Coppa d'Africa. L'Angola sarà teatro della più importante manifestazione calcistica del continente proprio nell'anno in cui il Mondiale, per la prima volta organizzato proprio da quelle parti, offuscherà il prestigio che Luanda si aspetta dal torneo.
L'Angola è un Paese disastrato, assolutamente non in grado di far fronte a un simile impegno senza affamare ulteriormente i propri poveri. Ho parlato spesso delle difficoltà sudafricane, ma vi garantisco che, in confronto a quanto accade in Angola, Pretoria sembra la capitale della Svizzera.
Ecco, di nuovo, mi trovo a dovermi scusare. Per la foto (fonte: Gruppo di Volontariato Civile), questa volta. Detesto fare ricorso a titoli a effetto o a immagini scioccanti (non lavoro per Studio Aperto), ma mi è sembrato l'unico sistema per attirare davvero l'attenzione.
Giudicate voi se sia il caso di attendere davvero una Coppa d'Africa.

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100mila morti

Detesto usare titoli come questo, ma la drammaticità della situazione è tale da non lasciare spazio a giri di parole. Lascio spazio al comunicato Cesvi:

Il tragico bilancio del ciclone Nargis sale a 100.000 vittime. Oltre 1 milione di birmani sono senza casa.
Cesvi – presente dal 2001 in Myanmar – sta organizzando l’intervento di emergenza sanitaria in tre township nei pressi dell’ex capitale, Yangon, in cui si stanno rifugiando i sopravvissuti al ciclone che vivevano nella regione circostante e nel regioni meridionali, le più colpite dall’uragano.
Fuori Yangon ancora non è arrivato nessun aiuto e in zone come Didaye, Maulamyinegyn, Pyapone, non c'e' nessuno o solo un’ organizzazione” afferma Silvia Facchinello, responsabile Cesvi in Myanmar "Anche per questo abbiamo scelto di intervenire in queste aree”.
In attesa dell’autorizzazione ad intervenire nelle zone maggiormente colpite, sulla base degli accordi assunti con le Nazioni Unite, il personale sanitario Cesvi interverrà per far fronte all’emergenza profughi con un intervento sanitario a favore di 5.000 famiglie e oltre 20.000 persone in maggioranza donne e bambini attraverso l'attività di cliniche mobili che forniranno cure e trattamenti sanitari. (CLICCATE QUI per donare)

L'approfondimento di Peacereporter (il regime respinge i soccorsi)
Il reportage di Repubblica /AUDIO
La galleria fotografica (Save the Children per Repubblica.it)
Silvia Facchinello, Cesvi, da Rangoon (Audio)

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martedì, maggio 06, 2008

 

Emergenza Myanmar: 15mila morti, trentamila dispersi

AGGIORNAMENTO - 7/5/2008: Sempre più grave il bilancio del ciclone che ha sconvolto il Paese, forse 50mila morti e un milione di senza tetto.
E' salito a 15mila morti e almeno trentamila dispersi il bilancio, ancora provvisorio, del ciclone Nargis, che si è abbattuto tra sabato e domenica scorsa sul Myanmar meridionale, lasciando centinaia di migliaia di persone senza riparo e senza acqua potabile.
Cesvi, presente dal 2001 nel Paese, si è immediatamente mobilitato per prestare il primo soccorso alle popolazioni colpite. (la responsabile Cesvi in Myanmar racconta la sua testimonianza dal campo a Repubblica.it).
Il regime militare, che governa il Paese da
vent'anni, ha lanciato un appello alla comunità
internazionale per l'invio di aiuti (fatto che lascia trapelare la devastante gravità della situazione). Il governo ha
stabilito che nelle zone colpite dal ciclone il referendum
costituzionale previsto per il 10 di maggio sarà rinviato,
mentre si terrà regolarmente nel resto del Paese.
Ovviamente, di fronte a tragedie di queste dimensioni, tutto passa in secondo piano. Mondiali compresi. Mettete mano al portafogli, allora, e cliccate qui.

(galleria fotografica - video amatoriale)

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mercoledì, aprile 23, 2008

 

Alex Zanotelli: fermiamo la trappola del debito

Dopo aver annunciato l'importante iniziativa di Pretoria nei confronti di Cuba, riporto questa notizia Misna:

"Nonostante le promesse dei paesi ricchi il problema del debito estero dei paesi poveri rimane tale e quale. Bisogna farla finita con questa vera e propria trappola, continuamente alimentata dagli interessi sui prestiti”: così dice alla MISNA padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, in conclusione di un incontro a Roma, promosso da una ventina di associazioni locali laiche e religiose, per il rilancio della campagna internazionale per la cancellazione del debito in 41 paesi poveri e a medio reddito entro il 2009. “Le rivolte del pane che stanno scoppiando nel Sud del mondo sono lì a ricordare come è precaria e fragile la sopravvivenza in nazioni strozzate dal debito” continua il missionario, che ha recentemente aderito alla ‘tappa’ italiana della maratona mondiale di digiuno promossa dalla ‘Jubilee debt campaign’ per la cancellazione del debito. Una raccolta di firme comincerà il 4 maggio a Roma durante la manifestazione ‘In festa con l’Africa’, per riportare il problema all’attenzione dell’opinione pubblica e della politica italiana. “Nel 2000 fu varata dal parlamento italiano la legge 209 con cui ci si impegnava a cancellate completamente il debito dei paesi poveri verso l’Italia, ma attualmente sono è stato rimesso solo il 50% del debito. Noi ci aspettiamo che questo impegno sia portato fino in fondo e assolto al più presto” conclude Zanotelli.

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sabato, aprile 19, 2008

 

Dalla Misna

Copiaincolla:

I sussidi all’agricoltura nei paesi dell’Unione europea (UE) e negli Stati Uniti proteggono una piccola percentuale di forza lavoro mentre bloccano lo sviluppo nei paesi poveri, dove miliardi di vite dipendono dall’agricoltura”: lo ha detto il presidente sudafricano Thabo Mbeki durante i lavori della 118ª assemblea dell’Unione interparlamentare (Uip) in corso a Cape Town. Delegati di circa 145 paesi sono radunati in questi giorni attorno al tema “Fare arretrare i confini della povertà”, mentre in tutto il mondo continuano a salire i prezzi dei beni alimentari, aggravando il dramma della fame per le popolazioni dei paesi più poveri in Africa, America latina e Asia. Secondo dati Onu citati da Mbeki, oggi nel mondo 37 paesi attraversano una crisi alimentare, peggiorata – ha insistito il presidente del Sudafrica – dalle politiche agricole adottate dai governi del ‘Nord’. L’obiettivo dell’assemblea è pervenire a una concertazione mondiale per ricercare soluzioni sostenibili ai problemi della povertà, della crisi alimentare e dei cambiamenti climatici. L’Uip, fondata nel 1889 per promuovere la pace, la cooperazione tra i popoli e il consolidamento della democrazia rappresentativa, è l’organizzazione internazionale dei parlamenti degli stati sovrani.

Comportamenti collusivi in alcuni settori dell’economia, in particolare nell’industria alimentare sono motivo di preoccupazione per molti sudafricani” ha detto questa mattina alla stampa il portavoce del governo Themba Maseko alla fine di una riunione del gabinetto dei ministri dedicata al problema dell’inflazione e durata tutta la notte. “I ministri dei dicasteri economici e sociali hanno avuto incarico di sviluppare strategie per affrontare il problema e riferire al consiglio” ha continuato Maseko, aggiungendo che l’esecutivo si attende dagli uffici competenti di vigilare e intraprendere azioni severe contro pratiche che abbiano contribuito a far salire i prezzi. La federazione dei sindacati sudafricani ha indetto per oggi una manifestazione di protesta davanti al municipio di Johannesburg; nell’ultimo anno, dicono i sindacalisti, il prezzo del mais, prodotto alla base dell’alimentazione dei più poveri, è salito del 40% così come sono aumentati pane, latte, uova, carne e pollo. Le cause dell’aumento dei beni alimentari, fenomeno che sta interessando tutto il mondo con danni più gravi nei paesi del sud del mondo e tra le popolazioni più povere, sono state attribuite alla scarsità dei raccolti e all’aumento del prezzo del petrolio, ma con il passare delle settimane e il diffondersi globale del problema sono sempre più evidenti anche fenomeni prettamente speculativi.

(Fonte: Misna)

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venerdì, aprile 18, 2008

 

Ellekappa

Sul Tibet scrivono tutti, compreso il sottoscritto. Oggi, però, solo una battuta di Ellekappa (la Repubblica, domenica 13 aprile 2008). Mi sembra il minimo:

A:"Berlusconi vuole boicottare la cerimonia delle Olimpiadi".
B:"Ci va!"

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sabato, aprile 05, 2008

 

Il nuovo volto della fame

"Stiamo vedendo un nuovo volto della fame: persone che d’improvviso non possono più permettersi il cibo che vedono sugli scaffali dei negozi. I prezzi sono aumentati al di là dei loro mezzi. Il mondo deve reagire e aiutare i nuovi affamati, a partire da quel "miliardo sul fondo", coloro che stanno già combattendo con meno di un dollaro al giorno. Quello stesso dollaro che oggi compra molto meno cibo”.
Sheila Sisulu (nella foto), sudafricana, dallo scorso gennaio Deputy Executive Director del World Food Programme (Wfp,/PAm, Programma alimentare mondiale) attivo per 73 kilioni di persone in 78 paesi. La Sisulu è incaricata della ricerca di soluzioni al problema della fame. Credo accetti suggerimenti.
(Fonte: Misna)
P.S. I più sarcastici tra voi potrebbero aver notato l'involontario accostamento tra la foto e il titolo. Siete simpatici, ma fuori strada.

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"Fiamma Frankenstein" non è antisemita

La notizia, oltre a non avere nulla a che fare con Sudafrica 2010, è pure vecchia, ma credo che sia sfuggita a molti (me compreso). Qualche settimana fa, Vauro ha pubblicato sul Manifesto una vignetta (la vedete qui a sinistra) in cui ironizza sulla coesione, nella stessa lista elettorale, di un'ebrea come Fiamma Nirenstein e di alcuni fascisti dichiarati come Giuseppe Ciarrapico e Alessandra Mussolini. Si chiama "diritto alla satira". Eppure, da New York, è addirittura partita una lettera di Abraham Foxman, direttore dell’Anti-Defamation League, in cui si chiedono ufficialmente le scuse della direzione del quotidiano: "Ci riteniamo oltraggiati dal fatto che il manifesto abbia pubblicato una vignetta indiscutibilmente antisemita.
Sia che fosse o meno intenzionale, l’effetto del disegno è l’associazione degli ebrei ai fascisti che li hanno perseguitati, denigrando il Pdl associandolo agli ebrei e sottolineando la presenza di un ebreo italiano nella lista elettorale. In ogni caso il risultato è lo stesso: antisemitismo".
Davvero, sono senza parole.
Ecco cosa scriveva ieri sul Manifesto
Mariuccia Ciotta:

L'Ordine contro Vauro
Ma «Fiamma Frankenstein» non è antisemita
A volte è difficile rispondere al corrosivo Vauro, essere oltraggiosi come lui, contestargli qualche cattiveria di troppo e sfidarlo nel suo diritto alla satira, ma non questa volta. Perciò non comprendiamo il perché del procedimento disciplinare aperto a suo carico dall'Ordine dei giornalisti del Lazio. Anzi. Siamo sorpresi e indignati. La vignetta contestata è uscita il 13 marzo 2008 con il titolo «Mostri elettorali» e presenta la caricatura della giornalista Fiamma Nirenstein all'indomani del «caso» Ciarrapico, suo compagno di lista, immortalato sulle prime pagine dei giornali in un gagliardo saluto romano. L'imprenditore dichiarava di sentirsi ancora fascista, e la giornalista, ebrea, affermava poi di non sentire disagio per quella impropria vicinanza. Mentre noi sì, sentivamo disagio per lei. Da qui la vignetta di Vauro che la vede trasformata in una creatura dagli innesti disarmonici, «Fiamma Frankenstein». Non più lei, ma un «mostro elettorale» che esibisce sul petto tre simboli incompatibili tra loro: la stella di David, il fascio littorio e il simbolo del Pdl. Nel comunicato dell'Ordine, si contesta a Vauro di aver dato «della fascista a una ebrea». Siamo sempre stati contro un'accusa del genere rivolta agli ebrei, anche nella più dura polemica contro la politica di Israele. E invitiamo l'Ordine a riconsiderare il senso della vignetta pubblicata dal manifesto. Che è l'esatto opposto: come può un'ebrea legarsi, seppure elettoralmente, a un fascista (anzi a più di uno)? La vignetta esprime amarezza e scandalo, Vauro non crede ai propri occhi, tanto che la punta della sua matita impazzisce e disegna i contorni deformati di una persona che ha concesso il suo nome a un'altra, non limpida, «fiamma».

Si tratta di una situazione talmente kafkiana da non meritare quasi commento. Solo una battuta di Fiamma Nirenstein, per chiudere: "Sono certa che Vauro mi odia perché mi sono sempre schierata a favore di Israele".
Sarebbe comica, se me la fossi inventata.

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La Conmebol contro la Fifa

Non faccio per vantarmi, ma io lo avevo detto (non che ci volesse un aruspice per prevederlo).
La confederazione sudamericana (Conmebol) ha confermato che la Bolivia ospiterà il Cile a La Paz nel mese di giugno per le qualificazioni a Sudafrica 2010. Recentemente, la Fifa aveva approvato nuove norme in base alle quali per le partite oltre i 2.750 metri sul livello del mare è necessario un periodo di adattamento di almeno una settimana. E infatti la nazionale cilena sbarcherà in Bolivia con quindici giorni di anticipo per acclimatarsi ai 3.600 metri di altitudine della capitale La Paz. Ciononostante, dalla sede di Asuncion, in Paraguay, la Conmebol ha fatto sapere che nove federazioni sudamericane - il Brasile, che ospiterà il Mondiale del 2014 e non vuole correre rischi, si è astenuto - hanno firmato un accordo per giocare a La Paz senza i periodi di acclimatamento ordinati, su indicazione della commissione medica della Fifa.
Vedremo. Intanto, vorrei capire, con esattezza, quale sia il limite imposto da Sepp e compagni, visto che, ogni volta, il dato sembra cambiare: 2500? 2750? 3000?

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mercoledì, aprile 02, 2008

 

"Mi rifiuto di portare la fiaccola"

La torcia olimpica ha lasciato ieri Pechino per iniziare il suo viaggio attraverso i cinque continenti, una traversata di 137mila km che terminerà il prossimo 8 agosto, il giorno in cui il Fuoco di Olimpia farà ritorno nella capitale cinese per dare inizio alla 29esima edizione dei Giochi moderni.
La fiaccola è partita con un volo charter diretto ad Almaty, nel Kazakistan, prima delle 21 tappe programmate prima del ritorno in Cina, fissato per il 4 maggio.
Ma le grane, per la fiaccola, non si sono fermate in Grecia.
In segno di solidarietà con il popolo tibetano, una delle star del calcio indiano, Bhaichung Bhutia (foto), buddista, originario del Sikkim, uno stato incuneato tra Cina e Nepal, ha annunciato la sua clamorosa protesta con una lettera all'Associazione Olimpica Indiana. "Sono solidale con la causa tibetana", ha scritto in una lettera pubblicata dal Times of India. "Ho molti amici buddisti nel Sikkim. Questo è il mio modo di essere accanto alla popolazione del Tibet e alla loro lotta". "Penso che non sia giusto quel che sta accadendo in Tibet e, nel mio piccolo, voglio mostrare la mia solidarietà", ha spiegato, sottolineando che la sua decisione è "assolutamente personale".
Bhutia, che è stato insignito della terza carica onorifica più importante indiana per aver contribuito a diffondere la passione per il calcio in un Paese, in cui lo sport nazionale è il cricket, ha giocato tra l'altro anche con una società inglese, il Bury Football Club.
(Fonti: Gazzetta.it e Repubblica.it)

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lunedì, marzo 31, 2008

 

Fermo immagine

Militari cinesi si preparano a travestirsi da monaci tibetani prima della manifestazione di Lhasa del 20 marzo scorso (Fonte: Peacereporter)


Pare (pare!?), insomma, che i "monaci" in preghiera visti dai pochi giornalisti stranieri ammessi qualche giorno fa in Tibet sotto stretta sorveglianza fossero soldati cinesi travestiti.
Leggete anche il pezzo che segue:

"Rieducazione" per i monaci tibetani, di Federico Rampini (Repubblica)
Si riaprono le porte dei laogai. Per i monaci buddisti tibetani catturati nelle retate di questi giorni comincia un’odissea tristemente nota, la deportazione nei lager cinesi. E’ il trattamento che il regime di Pechino riserva ai seguaci del Dalai Lama dagli anni Cinquanta: lavori forzati, sedute di rieducazione politica cioè lavaggio del cervello, indottrinamento patriottico, umiliazioni e spesso torture. Generazioni di monaci sono passate attraverso queste sofferenze, molti ne sono morti, senza che la Repubblica popolare riuscisse a piegare la resistenza del popolo tibetano. Ma Pechino insiste con i metodi di sempre. Lo ha rivelato il professor Dramdul del Centro di ricerca tibetologica, un pensatoio di regime che si occupa “scientificamente” della questione tibetana per conto del partito comunista. “Rilanciare l’educazione patriottica è necessario – ha detto l’esponente del regime – perché la cricca del Dalai Lama ha manovrato per sabotare lo sviluppo del Tibet e il buddismo tibetano. L’educazione dei monaci serve a contrastare l’influenza di piccoli gruppi secessionisti che tramano dall’estero”. La nuova ondata di deportazioni dei monaci nei laogai viene annunciata insieme con un aggiornamento del bollettino di guerra nelle operazioni contro i ribelli tibetani. Secondo le cifre ufficiali fornite dal governo cinese salgono a 660 i rivoltosi che si sarebbero “arresi alle autorità”, e che saranno giudicati per le violenze avvenute durante la più grande rivolta tibetana degli ultimi vent’anni. Il bilancio delle vittime è stato aggiornato a 19 morti da parte cinese, mentre il governo tibetano in esilio parla di 140 uccisi dalle forze dell’ordine. La polizia a Lhasa ha anche diffuso una nuova lista di 53 “super-ricercati” sui quali è stata posta una taglia. E’ arrivato a Lhasa un gruppo di 26 giornalisti stranieri selezionati dal governo di Pechino, scortati e sorvegliati da funzionari del ministero degli Esteri. E’ la prima volta che dei reporter stranieri vengono ammessi in Tibet dopo l’esplosione dei disordini del 14 marzo. Un cronista dell’Associated Press ha descritto le condizioni particolari in cui si è svolto il loro arrivo e la visita collettiva. “L’autobus dall’aeroporto a Lhasa andava volutamente lentissimo nonostante le nostre proteste. Abbiamo passato tre posti di blocco. Un ufficiale ha spiegato che stavano fermando gli automobilisti solo per controllare eccessi di velocità, infrazioni al codice della strada o il mancato uso della cintura di sicurezza. Davanti agli edifici pubblici abbiamo visto polizia militare in tuta mimetica e con armi automatiche puntate, in stato di massima allerta. Ci hanno portati in visita a una clinica bruciata durante le proteste. La sera i nostri accompagnatori ci hanno sconsigliato di uscire dall’albergo e ci hanno chiesto di informarli su ogni nostro movimento”. Il ministero degli Esteri ha rifiutato di rispondere alle nostre domande sui criteri con cui sono stati selezionati i giornalisti stranieri per la visita “guidata” a Lhasa. Il Foreign Correspondents’ Club of China, l’associazione della stampa estera, ha denunciato questa “visita breve e sotto massima sorveglianza” come un tradimento degli impegni formali presi da Pechino quando si candidò a ospitare le Olimpiadi. L’associazione ha elencato “più di 40 violazioni degli impegni sulla libertà di circolazione”, ha denunciato “varie forme di intimidazione dei giornalisti”, ha chiesto al governo cinese di “permettere a tutti gli altri giornalisti stranieri di viaggiare in Tibet senza interferenze”. I diplomatici non sono trattati meglio di noi. L’Australia, il cui governo laburista ha ottime relazioni con la Repubblica popolare, ha presentato una richiesta formale perché un gruppo di diplomatici stranieri possano andare in Tibet come osservatori indipendenti. La richiesta è stata respinta da Pechino con la giustificazione che il governo cinese non vuole mettere a repentaglio “la sicurezza degli stranieri”.

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sabato, marzo 29, 2008

 

Tibet libero

"L’indignazione per il Tibet non si spegne nell’opinione pubblica internazionale. E costringe i governi occidentali ad aumentare la pressione sulla Cina. Dopo due settimane di silenzio per la prima volta dalla ribellione di Lhasa è intervenuto George Bush. Il presidente americano ha telefonato al suo omologo cinese, Hu Jintao, per invitarlo a “impegnarsi in un dialogo sostanziale con i rappresentanti del Dalai Lama, e a consentire l’accesso in Tibet a giornalisti e diplomatici”. La Casa Bianca ha precisato però che l’America non boicotterà i Giochi. Il presidente degli Stati Uniti per il momento non ha preso neppure in esame la possibilità di disertare la cerimonia d’apertura, un gesto che invece non è escluso dal francese Nicolas Sarkozy". (Federico Rampini)
Non che l'Italia sia messa meglio, in effetti. Grillo scrive: "Il Governo italiano ha calato i pantaloni alla marinara di D'Alema (nessuno pensava che avrebbe fatto diversamente)".
Come dargli torto?
Mah, come dice Crosetti su Repubblica, "è durissima accorgersi che Calderoli e madama Santanchè concordano, ma più ci penso e più credo che in Cina non si dovrebbe andare".
Amen. Peccato non la pensino così anche al Coni.
Sudafrica Duemiladieci, comunque, aderisce all'appello del blog di Beppe Grillo: da oggi, anche qui, troverete il banner per inviare un'email al segretario delle Nazioni Unite (potete cliccare qui "Free Tibet. Stop to the China Olympic Games").
e diffondete l'iniziativa.

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giovedì, marzo 27, 2008

 

Morales in serie B

Continua, da manuale, la questione 2500 metri, sempre con Evo Morales in prima linea. Il tempo è quello che è, quindi, copio e incollo:

Il problema maggiore sarà per avversari e arbitro: riusciranno a evitare la sudditanza psicologica? La seconda serie boliviana rischia di essere travolto dal ciclone Morales. Il presidente della Bolivia, in un gesto che ha colto di sorpresa gli osservatori, si è tesserato per la squadra di calcio Litoral, una società emanazione della polizia boliviana.
La sorprendente decisione di Evo Morales rientra nella campagna da lui intrapresa per convincere la Fifa a togliere il divieto imposto agli stadi boliviani sopra i 2.750 metri di altitudine di ospitare competizioni internazionali.
La passione del capo dello Stato boliviano per il calcio è nota. La sua carriera politica è iniziata proprio nel ruolo di segretario allo Sport del sindacato dei "cocaleros" (coltivatori della foglia di coca). Nel corso della sua visita ufficiale a Roma, nell'ottobre 2007, il battagliero presidente boliviano era voluto andare a Trigoria per abbracciare Francesco Totti di cui si è confessato ammiratore. Con la sua maglia numero 10, nel ruolo di centrocampista offensivo, la scorsa settimana Morales ha giocato una partita amichevole insieme a Diego Armando Maradona (nella foto, Ansa).
Morales, 47 anni, si è potuto tesserare per il Litoral grazie al regolamento dell'Associazione calcio di La Paz (Aflp) che prevede il limite dei 26 anni per i calciatori che militano nelle squadre di serie B, ammettendo due eccezioni. Già sabato prossimo il presidente boliviano potrebbe scendere in campo, se l'allenatore lo vorrà, nel primo incontro del campionato cadetto che il Litoral sosterrà con il Deportivo Zuraco.
(Fonte: Gazzetta.it)

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martedì, marzo 25, 2008

 

Adesso basta

Mi viene da vomitare. E spero capiti anche a voi, guardando questa fotografia. Perchè? Perchè ha ragione Maso Notarianni, direttore di Peacereporter (fino a quando continueremo a credere alle oscene favole che ci raccontano?): "Isaf, Nato, Enduring Freedom? Sveglia, gente. Sono esattamente la stessa cosa: una banda di assassini che vanno a sterminare una popolazione solo perché non ha nessuna intenzione di farsi rapinare del suo uranio, delle sue preziose gemme, dei suoi metalli rari, della sua terra, preziosa perché vicina alla Cina, preziosa perché scorciatoia nel trasporto della nostra benzina.
Noi siamo parte di questa banda di assassini, e solo questo fatto ci dovrebbe garantire - a tutti, sia chi agisce sia chi sta zitto a vedere o a fingere di non vedere - una tremenda maledizione, se le maledizioni fossero cosa reale.
Ci stiamo comportando esattamente come si comportavano i tedeschi durante il terzo reich. Intorno a loro l'orrore, ma meglio fare finta di nulla. Che ci potremmo fare del resto?
Stiamo combattendo i talebani, ci spiegano, perché sono oscurantisti, pericolosi, terroristi. Non fini e colti come quelli che da noi, lo vedi?, alla fine si convertono pure.
Palle. Sono solo palle. E maledetto chi le racconta, maledetto anche chi ci crede. La Nato, l'Isaf, Enduring Freedom, i Paesi che compongono questa santa alleanza, fanno affari ogni giorno con regimi che in confronto quello dei talebani era un faro di progressismo. Proteggono e armano dittatori di ogni specie. Addestrano e organizzano bande di assassini pari loro.

".
P.S. Leggete anche "La Via Crucis afgana", di Enrico Piovesana.

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