sabato, marzo 28, 2009

 

Una Coppa pulita


Come annunciato ieri, ecco cosa mi ha raccontato Danny Jordaan, CEO del Comitato organizzatore di Sudafrica 2010, per il Manifesto:

Danny Jordaan, presidente del Comitato organizzatore di Sudafrica 2010, è a Milano per presentare la Confederations Cup di giugno e lo stato dei lavori per i Mondiali del prossimo anno. La prima Coppa del Mondo organizzata da un Paese africano è alle porte e l'ex insegnante-calciatore-attivista anti-Apartheid-dirigente dell'Anc (57 anni), vuole correggere l'immagine di una nazione disorganizzata e in ritardo circolata con l'avvicinarsi dello storico traguardo. I ritardi, in alcuni casi, erano reali come a Port Elizabeth (che è la città natale di Jordaan e ha perso la Confederations Cup) ma per lo più si tratta di problemi comuni a ogni organizzatore di grandi eventi. Basti pensare a Pechino 2008 o, per guardare a casa nostra, a Italia '90, con gli ultimi «ritocchi» fatti in corsa la mattina della giornata inaugurale.
Mr. Jordaan, ha mai avuto la sensazione che Blatter potesse davvero decidere di spostare il Mondiale altrove, negli Usa o in Australia?
Non esiste essere umano sulla terra che possa togliere il Mondiale al Sudafrica. Solo Dio potrebbe farlo. Quando investi 3 miliardi di euro nell'organizzazione di un simile evento, è ovvio che ci siano dei contratti a tutelarti. Nessuno può svegliarsi una mattina e decidere di spostare altrove il Mondiale, a meno che non si verifichi un disastro naturale, come un terremoto, per esempio. Abbiamo dei contratti firmati e tutti li onoreranno.
E il problema della sicurezza che spaventa la Fifa?
Negli ultimi tempi abbiamo avuto a che fare con attacchi xenofobi, gravi senza dubbio, ma del tutto estemporanei. Nessuno può pensare di punire il nostro paese per quei fatti.
I tifosi saranno al sicuro?
Al 100%. Vi assicuro che tutto andrà per il meglio, nessuno è preparato quanto lo siamo noi. E in ogni caso è troppo tardi, stiamo già vendendo i biglietti.
Impiegherete anche l'esercito?
No, i soldati resteranno fuori da ogni fase dell'organizzazione, non saranno necessari e non vogliamo creare un impianto militaristico, sarebbe pessimo anche per la nostra immagine. Abbiamo investito più di cento milioni di euro nella sicurezza, per aumentare di 41mila unità le forze di polizia e addestrare 45mila steward. Sarà più che sufficiente.
Qualcuno pensa che i vostri nuovi modernissimi stadi possano diventare delle cattedrali nel deserto dopo il Mondiale: enormi impianti per il calcio costruiti in quartieri bianchi, dove si seguono solo rugby e cricket, e troppo lontani per la gente dei quartieri neri, che non potrà permettersi di pagare il biglietto per arrivare allo stadio.
Queste differenze non hanno più senso. L'Apartheid creò aree bianche e aree nere, ma oggi il paese appartiene a tutti noi, senza distinzioni. Ci sono bianchi che vivono a Soweto e neri che vivono a Sea Point (quartiere di Cape Town, ndr). Per cui, dove sarebbero questi «quartieri bianchi»?
Beh, ha citato tutti quartieri «bene». Soweto non è più il ghetto di qualche anno fa. Da Philippi (uno degli slums di Cape Town, ndr) allo stadio di Green Point però può essere un viaggio impossibile...
Il Mondiale si gioca a Cape Town, nel tuo paese, potrai viverlo da vicino, più di quanto ti capiterà mai di farlo in tutta la tua vita. Dovremmo forse portare le partite a Philippi? Lo stadio appartiene a tutti i cittadini che pagano le tasse. Vede, il Mondiale è stato organizzato dall'Italia, dagli Stati Uniti, dalla Germania, da Giappone e Corea. In ogni Paese, gli stadi saranno stati troppo lontani per qualcuno. In Italia, nel 1990, non avrà avuto le partite esattamente dove le sarebbe stato più comodo, immagino.
In Sudafrica però certe divisioni sembrano ancora molto evidenti.
Conosco un po' la vostra storia, Garibaldi e Cavour: avete dovuto far coesistere nord e sud del paese per creare un'unica nazione. Anche per noi non è un'operazione facile e veloce. La promulgazione di una Costituzione democratica non ha trasformato automaticamente il Sudafrica in un paese democratico e non razzista. Ma ci arriveremo insieme, bianchi e neri, poveri e ricchi. Un paese diviso e razzista corre gravi rischi, guardate la Bosnia o il Ruanda. Ma noi abbiamo una visione e un futuro comune e il Mondiale faciliterà questo processo. La gente sa che ci sarà più lavoro, che aumenteranno le opportunità. Trasporti migliori, infrastrutture migliori, più tecnologia, più benessere. Arriveranno investimenti in dollari e in euro. I sudafricani lo sanno, il Mondiale aiuterà il nostro paese, anche a essere più ottimista.
Cosa pensa della mancata concessione del visto al Dalai Lama?
Non posso esprimere un giudizio, perchè non faccio parte degli organizzatori di quel Congresso. Sarebbe stupido fare annunci alla stampa a proposito di qualcosa che non conosco a fondo.
Qual è l'obiettivo dei «bafana bafana» ai Mondiali 2010?
Non saprei, io sono responsabile dell'organizzazione del torneo, c'è una federazione che si occupa della nazionale sudafricana. Quello che posso dire è che il successo di un Mondiale è legato a quello della squadra di casa. Se il Sudafrica uscisse subito, la gente perderebbe un po' di interesse, è ovvio. Ma questo sarà un Mondiale di tutta l'Africa, non solo del Sudafrica, e per tutti noi sarebbe fantastico se una delle sei squadre di questo continente presenti al torneo arrivasse in semifinale.
Come se la cava il nuovo ct Joel Santana? E' sembrato un ripiego, una seconda scelta...
E' un buon allenatore. Non era la prima scelta, ovvio. Purtroppo il suo predecessore, Parreira, ha dovuto rinunciare.
Il Sudafrica perse i Mondiali del 2006 per il voto comprato di un membro della Fifa, Charles Dempsey. Ricorda?
La prima cosa che mi disse il presidente Mandela fu: «Fai qualunque cosa per portarci il Mondiale, ma in modo pulito. Non pagheremo tangenti, non faremo regali. A nessuno e per nessun motivo». Io mi sono attenuto alle sue istruzioni. Credo sia nostro dovere cercare di cambiare le regole del gioco. Il fatto che si dica che tutti lo hanno sempre fatto, non implica che debba continuare così per sempre.

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venerdì, marzo 27, 2009

 

Danny Jordaan a Milano


"Il Sudafrica è pronto ad ospitare la prima Coppa del Mondo del continente africano". Ne è orgogliosamente convinto il presidente del Comitato Organizzatore dei mondiali sudafricani del 2010, Danny Jordaan (immagine), che, ieri mattina, a Milano, ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione della Confederations Cup. "Gli stadi per i mondiali saranno pronti a ottobre - garantisce - e saranno gli stadi migliori in cui si sia mai giocato un mondiale". I timori per la sicurezza sono infondati, assicura Jordaan: "Per garantirla abbiamo investito più di cento milioni di euro - spiega - per aumentare di 41 mila unità le forze di polizia, addestrare 45 mila steward e aumentare il numero degli elicotteri disponibili".
Sarà un bel Mondiale? Probabilmente. Il punto è: cosa lascerà alla Rainbow Nation?
Vedremo. Domani, pubblicherò nel blog la versione integrale dell'intervista a Jordaan che ho realizzato per il Manifesto.

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giovedì, settembre 11, 2008

 

La grande truffa asiatica

Altro copiaincolla, del sottoscritto, però (dal Manifesto di domenica 7/9):

Annunciato dalla rete come una sorta di anticristo del dio pallone, il libro Calcio Mafia (Rizzoli, 350 pg, • 18,50) dell'inglese Declan Hill (immagine) è un ottimo lavoro di ricerca e investigazione sul losco mondo delle scommesse che gravita attorno al calcio. Forse, però, non la bomba che molti temevano. Hill è un giornalista investigativo non nuovo alle inchieste ad alto rischio: per la televisione canadese ha realizzato documentari in Kosovo e in Iraq e ha lavorato nelle zone più calde di Kurdistan, Bolivia, India, Turchia e Messico. Anchorman di Cbc e Bbc, insegna a Oxford e ha raccolto numerosi premi, tra i quali l'Amnesty International Best Human Rights Documentary. L'uscita del libro ha fatto un po' di rumore ma neanche troppo se si considera che una delle ipotesi sostenute da Hill è che la Mafia asiatica abbia manipolato alcune partite dei Mondiali del 2006 per lucrare sul grande business delle scommesse, un giro d'affari che tra puntate legali e clandestine muove fino a 450
miliardi di dollari all'anno. Sotto accusa ci sono le seguenti gare: Italia-Ghana, Inghilterra-Ecuador, Brasile-Ghana, Italia-Ucraina. Secondo Hill, alcuni giocatori avrebbero accettato denaro per perdere partite comunque scontate nel pronostico dando garanzie ben precise sullo scarto di gol finale, permettendo vincite molto remunerative. L'invasione della mafia asiatica, partita dal quadrilatero d'oro Kuala Lumpur, Bangkok, Taiwan, Jakarta e paragonata a quella delle locuste, sarebbe inarrestabile. Dall'estremo oriente al resto del pianeta. Questo il risultato di anni di indagini sotto copertura tra i peggiori criminali del mondo. Dalla seconda categoria malese di cricket alla finale della Coppa del Mondo di calcio, non esisterebbe una sola gara, di nessuna disciplina, in nessun paese, al sicuro dalle trame del racket delle scommesse clandestine. La Bundesliga tedesca è un altro esempio del potere dei maneggioni orientali: il protagonista, qui, è un certo Bee Wah Um, malese, condannato dal tribunale di Francoforte a due anni e mezzo di carcere per aver manipolato dieci incontri in Germania e in Austria. Il 26 novembre 2005 puntò 2,8 milioni di euro sulla sconfitta del Kaiserslautern contro l'Hannover: finì 5-1 e lui incassò 2,2 milioni. Uscito di prigione in libertà vigilata, si è dato alla macchia e probabilmente è ancora lì che organizza puntate mirabolanti. Tifoso dell'Arsenal da quando aveva sei anni, Hill dice di amare ancora il calcio ma di non credere più a quello che vede. Ogni volta che guarda una partita, la prima cosa che si chiede è se sia stata aggiustata.

Le sue rivelazioni hanno fatto discutere. Può spiegarci come si manipolano le partite di un mondiale?
Nel maggio del 2006, ebbi modo di assistere a una strana riunione in un Kentucky Fried Chicken di Bangkok. Vi presero parte quattro persone: un thailandese ben conosciuto nel mondo delle scommesse, due cinesi e un uomo di colore, alto e atletico. Parlarono dei mondiali che sarebbero cominciati pochi giorni dopo e di alcune partite da aggiustare. Parlarono del Ghana, in particolar modo. Avevano un contatto con gli africani. Ogni giocatore, dissero, avrebbe guadagnato trentamila dollari collaborando con loro. Secondo le mie fonti i ghanesi coinvolti sarebbero poi stati otto. In ballo c'erano i risultati di alcune gare che i mafiosi conoscevano in anticipo. Truffe difficili da individuare: si corrompe la squadra più debole perché perda in modo più netto e nessuno si stupirà del risultato. Nel libro c'è una mia intervista al capitano del Ghana, Stephen Appiah, che nega di aver ricevuto denaro ma ammette di essere stato contattato da mediatori asiatici durante il ritiro tedesco. Tempo dopo, in Africa, individuai l'uomo di colore che avevo visto alla riunione di Bangkok, quello che i mafiosi avevano indicato come loro intermediario: era l'allenatore dell'Under 17 ghanese, Abukari Damba, che ha confermato di aver frequentato il ritiro della sua nazionale in Germania e che lì un faccendiere orientale avrebbe avvicinato la squadra proponendo di perdere una partita (ma in un'inetrvista al quotidiano Bild , Damba ha liquidato il libro di Hill come «una menzogna» e ha minacciato di adire le vie legali, ndr).
Tra le partite sospette lei indica ItaliaGhana e Italia-Ucraina: in entrambe gli azzurri vinsero con almeno due gol di scarto (2-0 la prima, 3-0 la seconda) come le avevano pronosticato i quattro di Bangkok. Però furono partite combattute, l'Ucraina colpì due legni e Zambrotta salvò un gol sulla linea...
Attenzione, su internet c'è stato troppo sensazionalismo attorno a queste anticipazioni. Quello che ho detto è che chi organizzava le scommesse sapeva in anticipo il risultato di alcune partite e me lo aveva comunicato. Guardai in tv Italia-Ghana e pensai che pur giocando bene, gli africani sembrava proprio non volessero segnare. Stessa cosa accadde in occasione di Brasile-Ghana finita 3-0. Potrebbe anche trattarsi di semplici coincidenze ma direi che è un'ottima opportunità per indagare a fondo.
In Italia abbiamo una certa dimestichezza con gli scandali: il calcio-scommesse nei primi anni ottanta, il Napoli di Maradona e la Camorra, Moggi e Calciopoli. Crede ci sia un legame con le mafie asiatiche?
Io mi sono concentrato su di loro, quella italiana non la conosco abbastanza bene. Dopo ave devastato le finanze e la credibilità di diversi campionati locali, da Singapore a Hong Kong, alla Malesia, gli scommettitori orientali si sono globalizzati, allargando la propria influenza ai campionati europei. Non escludo rapporti con Mafia e Camorra ma non ho certezze.
Le sue scoperte non sembrano aver smosso più di tanto il mondo del calcio. Eppure, potenzialmente, sono un terremoto.
Credo che il problema principale sia la paura che quasi tutti hanno quando si parla di corruzione nello sport. Nessuno vuole mai crederci davvero. Io non dico che sia tutto un imbroglio ma che lo sport oggi corre un enorme pericolo. E di sicuro non aiuta l'atteggiamento della maggior parte degli addetti ai lavori, di solito divisi a metà tra chi pensa che la corruzione sia una favola e chi, al contrario, è convinto che sia tutto marcio. In realtà, il problema esiste, è ancora circoscritto, ma esiste. Ed è lì che bisognerebbe colpire, per salvaguardare lo sport.
Si riferisce alla Fifa?
Mi piacerebbe che la Fifa e la Uefa costituissero delle apposite sezioni preposte alla lotta contro il fenomeno delle scommesse. In collaborazione con la polizia. E' l'unico modo per ottenere davvero qualcosa.
Eppure l'anno scorso l'Uefa chiuse un'inchiesta interna stabilendo che la mafia delle scommesse non rappresentava una minaccia per il calcio europeo. Lei sostiene invece che sia molto facile comprare giocatori o squadre di seconda fascia nei turni preliminari della Champions League.
Molti funzionari Uefa con cui ho parlato sanno di avere a che fare con qualcosa di letale per il calcio. Anche perché internet ha moltiplicato i fattori di rischio: nel bene e nel male, attraverso le scommesse la rete potrebbe rivoluzionare l'industria del calcio, come ha fatto con quella della musica.
Non è che tra i vertci del calcio mondiale c'è qualcuno «troppo vicino» agli interessi degli scommettitori asiatici?
No, credo che il problema sia una totale ignoranza della realtà. Non sono corrotti, solo non sanno cosa gli stia capitando intorno. In questo senso, il mio libro toglie loro ogni possibile alibi: adesso devono sapere per forza.

Solo una nota: nella "trascrizione", Hill è diventato inglese. Ovviamente, lui è canadese, mi scuso per il refuso.

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venerdì, luglio 04, 2008

 

Pistorius, atto primo/2

Ecco il pezzo su Pistorius (e sulla nazionale under 22 di basket in carrozzina) che ho scritto per il Manifesto (3 luglio):

Oscar Pistorius non ce l'ha fatta, non ancora. La Notturna di Milano, meeting internazionale di atletica in programma ieri sera all'Arena civica «Gianni Brera», non è servita a lanciare il nome di Oscar Pistorius nella Storia con la «s» maiuscola. L'obiettivo del velocista sudafricano, ammesso a gareggiare con gli atleti normodotati nonostante le protesi in carbonio (le ormai famosissime Cheetah, ghepardo, ispirate prorpio ai felini degli splendidi parchi della Rainbow Nation) era chiaro, anche se poco realistico: completare il giro di pista in 45"55, partendo da un primato personale di 46"34. E ieri in gara è arrivato quarto, col tempo di 47"78. Un abisso, a questi livelli. Ma Pistorius è davvero il «faro» di un movimento tanto vasto e difficile da inquadrare come quello paralimpico? Mattia Sala, impegnato in questi giorni con la nazionale under 22 di basket in carrozzina agli Europei di categoria, in Turchia, lo ammira per la tenacia e per la capacità di attirare i riflettori su di sè (e, di conseguenza, sull'intero movimento paralimpico), anche se non crede che il sudafricano possa rappresentare un «modello», una sorta di rappresentante per tutti gli sportivi disabili: «Credo meriti di gareggiare con i normodotati, nonostante le protesi, forse gli concedano qualche vantaggio, sul piano meccanico».
Il movimento, in Italia, è gestito dal Comitato Italiano Paralimpico (CIP), che vede, al proprio vertice, l'ottimo Luca Pancalli. Cosa aspettarsi dopo il «ciclone» Pistorius? Mattia, tesserato per la Briantea 84 di Cantù, non si fa illusioni, sa perfettamente che, dopo Pechino, l'attenzione dei media abbondonerà Pistorius (almeno fino ai Giochi di Londra), lasciando nell'ombra anche tutti gli altri. I problemi, certo, esistono da sempre per chi pratica i cosiddetti «sport minori». Figuriamoci se, poi, si tratta addirittura di atleti disabili (Petrucci, in questo, non è esattamente un mecenate): «Beh, dipenderà, al solito, da quanto saranno generosi gli sponsor. La Federazione è organizzata e gestita da persone valide. Ovviamente, di pubblicità ne riceviamo poca».
Gli Europei di Adana (3-11 luglio), per gli azzurri cominciano oggi (3 luglio, ndr), contro i padroni di casa turchi (purtroppo, con una sconfitta di misura, ndr). Clifford Fisher ha convocato dodici azzurri: Riccardo Belloli, Domenico Beltrame e Andrea Trulli, Jacopo Geninazzi, Lorenzo Molteni, Francesco Roncari, Mattia Sala e Angelo Scopelliti , Francesco Santorelli, Claudio Spanu e Giacomo Tosatto. Dopo i turchi, sarà la volta della Germania (il 4), poi toccherà a Belgio e Gran Bretagna. «Abbiamo ottime possibilità di arrivare in fondo, il movimento è forte, anche se la nazionale maggiore, purtroppo, non è riuscita a qualificarsi per Pechino». Facciamo il tifo per Pistorius, allora (a Milano, non ce l'ha fatta, non resta che sperare nella magia di Roma), senza dimenticare la nostra «piccola» nazionale di basket in carrozzina. Sperando che Fisher non abbia un «suo» Lippi a gufare alle spalle.

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martedì, maggio 20, 2008

 

Processo ai pirati del Sudafrica

Questo articolo l'ho scritto per il Manifesto di domenica (18 maggio):

Grazie a una legge del XVIII secolo sui pirati un gruppo di sopravvissuti all'apartheid sfida trenta super-aziende, all'epoca in affari con Pretoria: Shell, Coca-Cola, Ibm... E il processo si farà: troppi giudici della Corte suprema sono anche azionisti di quelle aziende.
I nomi in gioco sono di quelli che fanno tremare i polsi: Shell, Citigroup, Barclays, Coca-Cola, Colgate-Palmolive, Dow Chemical, Exxon Mobil, Ford, Fujitsu. E le svizzere Ubs, Credit Suisse, Holcim, Ems Chemie, Novartis, Nestlé, Unaxis, Sulze. Colossi in grado di piegare alla propria volontà qualunque burocrate, soprattutto se decidono di lavorare insieme. Ma la Corte suprema degli Stati uniti ha spiazzato tutti: le multinazionali (una cinquantina in tutto) potrebbero essere processate dalla magistratura americana con l'accusa di avere di aver violato le leggi internazionali, appoggiando il governo razzista di Pretoria e aggirando l'embargo all'epoca dell'apartheid. Per questo potrebbero essere costrette a pagare 400 miliardi di dollari a cittadini sudafricani vittime delle violenze dell'allora regime.
In precedenza i giudici (insieme alle compagnie, all'amministrazione Bush e all'attuale governo sudafricano) avevano chiesto l'intervento della Corte suprema per fermare il processo, asserendo che la causa avrebbe rischiato di danneggiare le relazioni internazionali e lo sviluppo economico del Sudafrica e punito in modo arbitrario le società coinvolte. Il Dipartimento di Stato Usa si è persino premurato di avvisare i giudici dei «rischi potenzialmente molto gravi di conseguenze negative per gli interessi degli Stati Uniti». Nel suo minority report - l'opinione di minoranza di un giudice in disaccordo con la sentenza - il giudice Edward Korman ha detto di considerare la causa «un insulto al governo post-apartheid, in maggioranza nero, di un popolo libero». Dare ascolto a circa cento vittime in cerca di giustizia, tante sono quelle il cui nome compare sul procedimento legale, avrebbe significato «dare l'impressione che gli Stati uniti non rispettassero la capacità dei sudafricani di amministrare la propria giustizia e che le corti americane potessero essere meglio attrezzate per giudicare il grado di riconciliazione nazionale raggiunto nel paese». «Gli affari sono affari», ha proseguito recentemente Korman: «quelle imprese stavano semplicemente lavorando» (nessuna di esse, in ogni caso, ha sentito la necessità di presentarsi davanti alla Commissione per la libertà e la riconciliazione, al crollo del regime razzista). Korman non è un ultradestro militante: deve la sua notorietà a un famoso conflitto giudiziario tra sopravvissuti dell'Olocausto e banche svizzere, in cui vinsero i primi. Ma il Sudafrica è un'altra cosa.
Chiamata a giudicare, la Corte suprema degli Stati uniti si è però ritrovata senza il quorum necessario, dopo che quattro giudici su nove sono stati costretti a rinunciare al caso per conflitto di interessi: avevano legami (i più vari, dal possedere azioni all'essere familiari di dirigenti) con la Banca d'America, la Bristol-Myers Squibb, la Colgate-Palmolive, il Credit Suisse, Exxon Mobil, Hewlett-Packard, IBM e Nestlé. I supremi magistrati si sono perciò trovati con le mani legate dalle leggi federali, che richiedono che siano almeno sei i giudici che trattano ogni ricorso alla Corte, e non hanno potuto fare altro che attenersi al precedente grado di giudizio. Cioè la sentenza della seconda corte di appello di New York che giudicava ammissibili le denunce (nonostante il giudice Korman). Il processo si farà.
L'iter giudiziario era partito nel 2002, quando alcuni gruppi di privati cittadini e organizzazioni non governative sudafricane, tra cui il «Khulumani support group»" e il «Laywers for the south africans» cominciarono a presentare ricorsi alla giustizia americana a nome di decine di migliaia di sudafricani vittime del regime dell'apartheid, pretendendo dalle multinazionali che facevano affari con il governo razzista risarcimenti per centinaia di miliardi di dollari. Ovviamente si è trattato di un cammino in salita, sia per lo scarso appoggio ricevuto in patria dalle istituzioni (il governo sudafricano si è schierato contro i ricorsi) che per lo strapotere delle multinazionali contro cui avevano deciso di schierarsi.
Gli avvocati avranno ora il non facile compito di dimostrare che le aziende hanno violato leggi internazionali dando assistenza al governo antidemocratico sudafricano. Per poter arrivare a presentare le denunce negli Stati uniti, i legali sudafricani hanno fatto ricorso a un escamotage più volte tentato e mai riuscito negli ultimi quindici anni, quello di fare riferimento a una legge del XVIII secolo, la «Alien tort claims act», che consente agli stranieri di ricorrere alla legge americana per violazioni del diritto internazionale. Quel vecchio provvedimento era stato pensato per essere utilizzato, ironia della sorte, contro i pirati.
La questione rischia di mettere in crisi la politica americana nei confronti di molti governi amici accusati di violazioni dei diritti umani, anche se non è certo il caso del Sudafrica, e sembrano andare in questa direzione anche le parole di Nelson Mandela, che giovedì ha invitato i compatrioti a superare «le divisioni distruttive» che rischiano di riemergere nel paese, invitando i sudafricani a «ricordare l'orrore da cui veniamo». «Non dimenticate - ha detto Mandela nel suo intervento - la grandezza di una nazione che è riuscita a sanare le proprie divisioni, non risprofondiamo in quelle divisioni distruttive».
Gli avvocati sudafricani non cantano ancora vittoria: per ora, dicono, si tratta solo di un ostacolo imprevisto nella strategia della difesa. L'obiettivo ora è quello di convincere il governo della Rainbow Nation ad appoggiare il loro lavoro: Mandela ha ragione ad auspicare che le ferite del passato possano rimarginarsi, ma non tutti sono convinti che sia sufficiente un colpo di spugna.
Immediate (e scontate) anche le reazioni delle multinazionali. UBS, per esempio, la grande banca elvetica chiamata in causa, si è dichiarata «molto delusa» dal fatto che i giudici americani non abbiano ancora messo fine al contenzioso. I vertici del potente istituto di credito rimangono comunque molto fiduciosi e si dicono convinti che le richieste saranno alla fine respinte dai tribunali. Purtroppo, non sono i soli.
La Corte suprema Giudici e (buone)azioni Conflitto di interesse, si ritirano dal caso quattro togati su nove
La Corte suprema degli Stati uniti è composta di nove giudici. Quattro di loro si sono dichiarati in conflitto di interesse rispetto al caso dei giganti economici americani citati in giudizio dai sopravvissuti dell'apartheid. Il motivo è scritto nelle loro dichiarazioni dei redditi.
Nel portafoglio Ibm, Palmolive e Nestlé, oppure il figlio banchiere
Il presidente della Corte suprema, John Roberts, ha azioni della Hewlett-Packard. Il giudice Stephen Breyer possiede titoli di Colgate-Palmolive, Bank of America, Ibm e Nestlè. L'ultimo arrivato, Samuel Alito, nel suo pacchetto possiede Bristol-Myers, Squibb e Exon-Mobil. E il giudice Anthony Kennedy si è dichiarato in conflitto di interesse probabilmente perché (i giudici non sono tenuti a spiegare i motivi) suo figlio è un banchiere del gruppo Credit Suisse.

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lunedì, maggio 19, 2008

 

Pistorius: "Ho vinto, comincia un viaggio stupendo"

Non me l'ero dimenticato. Anzi, per puro caso, mi trovavo alla conferenza stampa post annuncio.
Dal Manifesto di sabato (17/5):


Intervista allo sprinter dopo la sentenza. "E' un giorno meraviglioso per me e per lo sport"
Pistorius, ha vinto la sua battaglia. Potrà correre ai Giochi con i normodotati.È il giorno più bello della mia vita ma anche un giorno meraviglioso per lo sport. Sono stati mesi durissimi, di grande tensione. Si è chiuso un brutto viaggio e ne comincia uno stupendo. Ora posso ricominciare a inseguire il mio sogno, partecipare alle Olimpiadi.
La Federazione internazionale aveva torto nei confronti suoi e dei disabili.
Io non mi considero né disabile né normodotato, sono uno sprinter e così la gente mi deve vedere. Lo sport deve unire, non dividere. E nemmeno giudicare. Si è speculato moltissimo sui presunti vantaggi che le protesi mi avrebbero garantito, ma sono in molti a usarle e nessuno raggiunge i miei livelli. Spero che questa sentenza zittisca le folli teorie sul fatto che corro con un vantaggio sleale. Di sicuro riapre le porte dell'atletica ai disabili. La Iaaf, d'ora in poi, dovrà valutare caso per caso quanto la «meccanica» possa incidere sulla prestazione dell'atleta. A Losanna, il Tas ha preso in considerazione la globalità del problema, non solo l'aspetto tecnologico. Non sarà più possibile escludere un atleta a priori.
Ora dovrà guadagnarsi la qualificazione per Pechino. Il minimo sui 400 è fissato a 45''55, deve abbassare il suo record di un secondo. E non c'è molto tempo.
La bellezza dello sport è riuscire a migliorarsi, ho grandi speranze anche se sarà durissima. Mi aspettano settimane di intenso lavoro per tornare in forma. Ho saltato la stagione in Sudafrica e un paio di corse internazionali, ho tempo fino a luglio e ci proverò fino in fondo. L'obiettivo è grandissimo.
La sua vita sta per essere stravolta?
Dovrò allenarmi e basta. Domenica rientrerò in Sudafrica e a fine giugno tornerò in Europa per gareggiare. Mi attendono due gare di qualificazioni alle Paralimpiadi, in Olanda e Germania, dove dovrei ottenere i tempi minimi per 200 e 400 metri; poi sarò a Milano, il 2luglio, e a Roma, per il Golden Gala, l'11. Ho altre offerte per un terzo meeting, dovrei andare a Lucerna. Lì mi giocherò l'accesso ai Giochi.
E se non ce la facesse a qualificarsi?
Non sarebbe un dramma. Se non sarà Pechino, sarà Londra nel 2012. Mi basta correre perché mi fa sentire libero di esprimere le mie emozioni e la mia aggressività a prescindere che sia davanti a migliaia di spettatori o in uno stadio vuoto.
Non crede che Pechino possa essere la sede meno indicata per la sua impresa? Le violazioni dei diritti umani, la censura e la repressione in Tibet sembrano stridere con la realizzazione del suo sogno.
Ve l'ho detto, lo sport deve unire. La politica deve restarne fuori.

Amen

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giovedì, aprile 24, 2008

 

L'addio di Parreira

Non mi ero perso la notizia di Parreira, ovviamente. Ecco il pezzo che ho scritto per il Manifesto (di ieri):

Il triste addio di Parreira «Africa, mia moglie è malata»
Il ct brasiliano lascia la guida della nazionale sudafricana per stare vicino alla consorte come accaduto a Cesare Prandelli nel 2004. A due anni dai primi mondiali neri della storia, il paese arcobaleno si affida a un altro tecnico carioca, Joel Natalino Santana

Nei giorni scorsi, le voci dell'addio ai bafana bafana di Carlo Alberto Parreira si erano fatte sempre più insistenti. Il tecnico brasiliano non aveva ancora preso la parola, che già i commentatori sudafricani iniziavano a far circolare i nomi dei possibili sostituti alla guida della nazionale: Eriksson, Scolari, Mourinho. L'attesa per i Mondiali del 2010 è spasmodica e questo inconveniente rischiava di intralciare il cammino della squadra verso il più importante appuntamento della propria storia. Lunedì il ct brasiliano ha reso pubbliche le sue dimissioni, spiegando di voler stare vicino alla moglie malata, come accaduto a Cesare Prandelli quando nel 2004 lasciò la Roma dopo pochi mesi per assistere la compagna di vita nella lotta contro il cancro. «Dopo 36 anni di matrimonio, come avrei potuto dire di no? - ha spiegato Parreira in lacrime - mia moglie ha bisogno di me». Il ricco contratto con la federazione sudafricana è passato in secondo piano, così come l'opportunità di conquistare l'amore eterno dell'Africa calcistica.
Il ct del Brasile che sconfisse l'Italia di Sacchi a Usa '94 non ha avuto vita facile in Sudafrica. I problemi erano cominciati ancora prima del suo arrivo nella Rainbow Nation, con l'annuncio di uno stipendio da superstar: 200mila euro al mese. Parreira aveva deciso di tornare nel continente nero dopo quasi quarant'anni dagli esordi alla guida della selezione nazionale ghanese nel 1967: in quel Paese, il brasiliano conquistò il primo trofeo da allenatore, portando il club del Kotoko alla vittoria della Coppa dei Campioni africana. Quella dei bafana bafana è stata la sesta nazionale guidata da Parreira, dopo Ghana, Kuwait, Emirati Arabi, Arabia Saudita e Brasile.
Ma i 15 mesi sulla panchina più importante del continente sono stati tutt'altro che semplici. Superata la diffidenza iniziale di quella parte di critica che non si spiegava come un Paese con una tale quantità di poveri potesse permettersi di pagare tanto un allenatore di calcio, Parreira aveva dovuto scontrarsi con la disorganizzazione dei padroni del calcio sudafricano: il brasiliano era arrivato a Joannesburgh con un visto turistico, fatto che aveva portato le autorità locali a minacciare pesanti sanzioni (addirittura l'arresto), nel caso in cui Parreira avesse assunto la guida della nazionale prima del rilascio del permesso di lavoro. «La legge è chiara - disse il portavoce del Ministero degli Interni Mantshele Tau - Parreira e il suo assistente non possono lavorare finchè le loro carte non saranno in regola. Non può nemmeno andare allo stadio o prendere nota davanti alla televisione perché quello di fatto è lavoro».
Superato lo scoglio burocratico, l'uomo che avrebbe dovuto guidare i sudafricani al Mondiale ha dovuto fare i conti con tutti gli altri problemi del calcio sudafricano. Poco dopo aver assunto l'incarico, lui stesso parlò del disastro trovato in ambito giovanile: «Questa è la parte triste. In Sudafrica, non esiste alcun programma di formazione giovanile. Non esistono campionati under 18, under 20 o under 16. E' assurdo. Non puntare sui giovani vuol dire rinunciare alla possibilità di sostituire adeguatamente i giocatori infortunati o vicini al ritiro. Finiti i Mondiali io me ne andrò, mentre il Sudafrica continuerà ad aver bisogno di campioni».
Ora Parreira se ne va, dopo una Coppa d'Africa non del tutto negativa (due pareggi con Angola e Senegal e una sconfitta con la Tunisia): l'obiettivo era quello di accumulare esperienza internazionale senza subire le batoste rimediate prima del suo arrivo. Le ultime amichevoli avevano dato un po' di speranza (3-0 al Paraguay), l'entusiasmo era cresciuto attorno a una squadra giovane e divertente. Poi la doccia fredda. Il suo posto è stato subito affidato a un altro brasiliano, Joel Natalino Santana, che ha lasciato il Flamengo ed è partito alla volta dell'Africa. Il successore di Parreira (che resterà comunque a disposizione come consulente tecnico per garantire un passaggio morbido alla nuova gestione) può vantare la vittoria del campionato carioca con tutti i grandi club di Rio de Janeiro (Vasco da Gama, Fluminense, Botafogo e Flamengo). Al 59enne tecnico carioca di certo non manca l'esperienza, avendo cominciato a girovagare nel lontano 1981 con l'Al Wasl, negli Emirati Arabi. Dopo quasi trent'anni sulle panchine più prestigiose del Brasile (con due incarichi in Arabia Saudita e uno in Giappone, al Vegalta Sendai), lascia la panchina del Flamengo da eroe: lo scorso anno aveva guidato i rossoneri dalla zona retrocessione fino a un piazzamento in Copa Libertadores. E, ora, la grande occasione della vita. Il Mondiale. Oltre a un sacco di soldi, se è vero quello che dice il vice presidente del Flamengo Kleber Leite: «Santana guadagnerà in 30 mesi quanto ha guadagnato in 30 anni di carriera. Davvero non avrebbe potuto rifiutare».

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sabato, aprile 05, 2008

 

"Fiamma Frankenstein" non è antisemita

La notizia, oltre a non avere nulla a che fare con Sudafrica 2010, è pure vecchia, ma credo che sia sfuggita a molti (me compreso). Qualche settimana fa, Vauro ha pubblicato sul Manifesto una vignetta (la vedete qui a sinistra) in cui ironizza sulla coesione, nella stessa lista elettorale, di un'ebrea come Fiamma Nirenstein e di alcuni fascisti dichiarati come Giuseppe Ciarrapico e Alessandra Mussolini. Si chiama "diritto alla satira". Eppure, da New York, è addirittura partita una lettera di Abraham Foxman, direttore dell’Anti-Defamation League, in cui si chiedono ufficialmente le scuse della direzione del quotidiano: "Ci riteniamo oltraggiati dal fatto che il manifesto abbia pubblicato una vignetta indiscutibilmente antisemita.
Sia che fosse o meno intenzionale, l’effetto del disegno è l’associazione degli ebrei ai fascisti che li hanno perseguitati, denigrando il Pdl associandolo agli ebrei e sottolineando la presenza di un ebreo italiano nella lista elettorale. In ogni caso il risultato è lo stesso: antisemitismo".
Davvero, sono senza parole.
Ecco cosa scriveva ieri sul Manifesto
Mariuccia Ciotta:

L'Ordine contro Vauro
Ma «Fiamma Frankenstein» non è antisemita
A volte è difficile rispondere al corrosivo Vauro, essere oltraggiosi come lui, contestargli qualche cattiveria di troppo e sfidarlo nel suo diritto alla satira, ma non questa volta. Perciò non comprendiamo il perché del procedimento disciplinare aperto a suo carico dall'Ordine dei giornalisti del Lazio. Anzi. Siamo sorpresi e indignati. La vignetta contestata è uscita il 13 marzo 2008 con il titolo «Mostri elettorali» e presenta la caricatura della giornalista Fiamma Nirenstein all'indomani del «caso» Ciarrapico, suo compagno di lista, immortalato sulle prime pagine dei giornali in un gagliardo saluto romano. L'imprenditore dichiarava di sentirsi ancora fascista, e la giornalista, ebrea, affermava poi di non sentire disagio per quella impropria vicinanza. Mentre noi sì, sentivamo disagio per lei. Da qui la vignetta di Vauro che la vede trasformata in una creatura dagli innesti disarmonici, «Fiamma Frankenstein». Non più lei, ma un «mostro elettorale» che esibisce sul petto tre simboli incompatibili tra loro: la stella di David, il fascio littorio e il simbolo del Pdl. Nel comunicato dell'Ordine, si contesta a Vauro di aver dato «della fascista a una ebrea». Siamo sempre stati contro un'accusa del genere rivolta agli ebrei, anche nella più dura polemica contro la politica di Israele. E invitiamo l'Ordine a riconsiderare il senso della vignetta pubblicata dal manifesto. Che è l'esatto opposto: come può un'ebrea legarsi, seppure elettoralmente, a un fascista (anzi a più di uno)? La vignetta esprime amarezza e scandalo, Vauro non crede ai propri occhi, tanto che la punta della sua matita impazzisce e disegna i contorni deformati di una persona che ha concesso il suo nome a un'altra, non limpida, «fiamma».

Si tratta di una situazione talmente kafkiana da non meritare quasi commento. Solo una battuta di Fiamma Nirenstein, per chiudere: "Sono certa che Vauro mi odia perché mi sono sempre schierata a favore di Israele".
Sarebbe comica, se me la fossi inventata.

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giovedì, febbraio 21, 2008

 

Chiudiamo con Sortino

L'ormai famosissima ex "Iena" Alessandro Sortino vorrebbe giustamente chiudere una volta per tutte quest'assurda faccenda dello "scontro" con Elio Mastella (e come dargli torto?).
Allora, riporto l'articolo-intervista che mi ha pubblicato ieri il Manifesto (resterà online solo una settimana, nel sito del quotidiano), poi dimenticherò di aver anche solo sentito parlare della famiglia Mastella, promesso.. In effetti, è passato più di un mese dal "giorno di Ceppaloni", ma non è mai troppo tardi per l'informazione corretta.
O sì?


Tv, un metalmeccanico troppo raccomandato
Questa è la storia di un'invasione silenziosa ma non per questo meno cruenta: Ceppaloni alla conquista dell'Italia. Qualcuno ha cercato di far credere che si trattasse dello «scontro tra due ragazzi, tra due mondi». Tra due raccomandati. In fondo, è quello che tutti abbiamo potuto vedere, nel servizio che mandò in onda Sky: Elio Mastella, il figlio del «boss», ha rimesso al suo posto l'ormai ex Iena Alessandro Sortino, ricordandogli che lui, povero metalmeccanico, campa con «1800 euro al mese», mentre l'inviato Mediaset, figlio di un pezzo grosso nel campo dei media, non può permettersi di dargli lezioni di vita. Ma, come ha scritto qualcuno, l'evidenza dei fatti dimostra solo i fatti evidenti. E ciò che abbiamo visto e letto nei giorni scorsi, a un'analisi appena meno superficiale, si dimostra lacunoso, impreciso, se non addirittura falso, chiamando in campo per l'ennesima volta il servilismo dei media nei confronti dei padroni.
Tanto per cominciare, come scrive Peter Gomez, dovremmo essere tutti grati a Sortino. Stava facendo il suo lavoro e può diventare pericoloso creare dei martiri, degli eroi, da una parte e dall'altra. Forse non sarà possibile dimostrare che il figlio di Sebastiano Sortino, direttore della Commissione per i servizi e i prodotti dell'Agcom e direttore generale della Federazione italiana editori giornali, sia davvero un «self made man» e non un «figlio di papà», come insinuato dal metalmeccanico di Ceppaloni. Quello che si può fare, però, è chiarire che, se viene dato per scontato che Alessandro Sortino sia un raccomandato solo a causa del suo albero genealogico, forse il potere della famiglia Mastella ha messo radici al di fuori del territorio in cui è sempre stato invincibile. Forse l'Italia è già una provincia di Ceppalonia, dove il semplice fatto di non approfittare dei vincoli familiari rappresenta un orrendo crimine contro la morale ed è inammissibile anche solo l'idea di concedere una possibilità a chi potrebbe essere stato raccomandato e, magari, non lo è.
Ma andiamo con ordine. È importante conoscere il protagonista di questa vicenda kafkiana. Sortino entra a Radio Capital nel 1998, cioè sette anni prima che suo padre vada all'Agcom. Davide Parenti lo chiama alle Iene nel 2000. È un raccomandato?. Se lo fosse, sarebbe più logico aspettarsi di vederlo nella redazione di uno dei grandi quotidiani nazionali, ma concediamo ancora il beneficio del dubbio ai ceppalonici.
Il già più volte citato genitore Sortino, dal '77 direttore generale della Fieg e consigliere Cnel, esperto di antitrust e tetti pubblicitari tv, non è esattamente un «amico» del monopolio Mediaset e Confalonieri non fa mistero della reciproca «non simpatia» (il suo lavoro consiste nell'impedire alle reti di Berlusconi di fagocitare tutta la pubblicità, a scapito della carta stampata). Alessandro, fa carriera nonostante il padre e il padre la fa nonostante Mediaset. Dopo gli esordi a Vita, giornale del terzo settore, più di dieci anni fa, passò a intervistare gli spettatori all'uscita dei cinema romani. Da quegli inizi «dorati» allo scontro con la famiglia Mastella, Sortino ha lavorato con molte persone; alcune, lo hanno accompagnato nell'ultimo decennio, da Parenti a Mentana. Sembra che tutti rimpiangano il suo lavoro. Parenti ha ribadito che, fosse per lui, «Alessandro lavorerebbe ancora alle Iene. Dobbiamo renderci conto che nessuno è mai completamente libero, tutti, prima o poi, abbiamo subìto una censura. Andiamo avanti, che possiamo fare? È il nostro lavoro. Alessandro è sempre stato un rompicoglioni anche con noi... Ci stiamo ancora leccando le ferite, pensando di averlo perso. Sono sicuro che tra non molto lo vedremo in televisione con un suo programma di successo».
Enrico Mentana, che con lui ha lavorato a Matrix, lo conosce meno, ma abbastanza per dire che «raccomandato non lo è di sicuro, ha sempre parlato attraverso il suo lavoro. Capisco che per Elio Mastella la situazione non sia delle migliori, ma deve farsene una ragione: siamo tutti figli di qualcuno e da quello dobbiamo partire». E via di questo passo, con Filippo Roma, suo collega alle Iene e vecchio amico, con cui ha firmato la sceneggiatura di un corto diretto da Monicelli; Fausto Brizzi, regista di Notte prima degli esami, che lo conosce da anni e che con lui ha condiviso la passione per il cinema. E Giampaolo Roidi, oggi direttore di Metro, allora capo della redazione romana di Vita, che lo portò con sé alla Stampa. Lorenzo Maiello, «capo» delle iene romane. Tutti pronti a giurare sull'onestà dell'ex collega. Come premesso, questo non basta a garantirne la correttezza, ma dovrebbe aver inquadrato il personaggio. Una volta chiarito che Sortino possa aver fatto strada con le proprie forze (Parenti: «Un raccomandato non avrebbe un contratto in esclusiva, con uno 'stipendio' fisso? Lui guadagna solo se lavora...»), torniamo ad analizzare i fatti di Ceppaloni.
L'inviato delle Iene si è presentato a casa Mastella con l'ormai famosissimo sacchetto di arance. Che Elio Mastella, nonostante le molte ricostruzioni «inesatte» di questi giorni, non ha mai visto. Il suo attacco è comprensibile, come conseguenza di un momento di «forte stress». Ma lui, il rampollo, non nega mai di essere parte del clan. Cerca solo di deviare l'attenzione dall'unica domanda di Sortino, quella a proposito della casa. Quale casa? Il sottopagato Elio Mastella, con il suo mai abbastanza sottolineato stipendio da 1800 euro (percepito come dipendente Selex, gruppo Finmeccanica), riesce a pagare, insieme al fratello Pellegrino, una rata (fantascientifica) di 6700 euro per il mutuo acceso per uno dei sei appartamenti che la sua famiglia ha acquistato a prezzi stracciati nel centro di Roma. L'appartamento ex-Inail, in largo Arenula, ospita Il Campanile ed è di proprietà di una società intestata all'ex tesoriere Tancredi Cimmino e al segretario Mastella, poi girata - in parti uguali - ai due eredi. Nonostante il valore dell'immobile si aggiri intorno ai 2,4 milioni, i ragazzi Mastella se lo aggiudicano per 1,45 milioni, grazie a un mutuo di 1,1 milioni con rata mensile, come detto, di 6700 euro. Come lo pagano? Con i soldi ricavati dall'affitto versato dall'Udeur, 6500 euro mensili, il doppio di quello pagato all'Inail. Come l'hanno garantito? Con due dei quattro appartamenti comprati in contanti (due da Elio, due da Pellegrino) in lungotevere Flaminio.
Il giovane metalmeccanico possiede quindi un intero terzo piano comprato per soli 200mila euro, mezzo mega-appartamento in largo Arenula e un altro da 67mila euro. Cioè una parte del patrimonio immobiliare del clan Mastella/Udeur/Il Campanile. È come scoprire l'acqua calda, ma il vero problema, per i vertici Mediaset, non potrebbe essere stata proprio la curiosità di Sortino sugli illeciti di un politico che, con tre soli senatori, fa di tutto per favorire il ritorno al potere del proprietario della stessa azienda televisiva? Non sarebbe stato carino permettere a una Iena di parlare di consulenze, voli, contratti, benzina e case, persino torroncini e panettoni, pagati dal giornale Udeur e usati da Mastella & C., grazie anche ai fondi pubblici...

L'etica di Ceppaloni ha vinto e così tutti siamo ricattabili
Non dev'essere facile scontrarsi con il clan dei Mastella, anche se nella persona di un metalmeccanico. Alessandro Sortino, ex Iena, ex collaboratore di Mediaset, lo ha sperimentato in proprio: per lui, l'ultimo viaggio a Ceppaloni, ha significato una vita nuova, lontano dal programma che lo ha reso noto al pubblico. Alessandro, cos'è successo a Ceppaloni?
A Ceppaloni sono finito in un incubo mediatico: quando sono arrivato, Mastella padre e Mastella figlio erano appena usciti di casa con un preciso obiettivo: presentarsi al mondo come vittime innocenti di uno sciacallaggio mediatico e giudiziario. I giornalisti presenti facevano loro da coro greco, da amplificatore. La iena con le arance è diventata il simbolo della categoria degli accusatori su cui ribaltare le accuse.
Ma è tutto finto: Mastella non è una vittima e le Iene non erano lì per speculare sull'arresto della moglie. Eravamo lì per dire: l'arresto è una misura assurda perché rende tutto più complicato, impedisce di chiedere conto, politicamente, dei comportamenti eticamente indifendibili. Comunque: le arance vista l'ariaccia non le ho nemmeno mostrate ai Mastella, sulla carriera del figlio non ho detto mai nulla, al contrario ho fatto qualche domanda sul patrimonio immobiliare familiare, domande che non sono andate in onda.
Ti hanno censurato, insomma...
Sì. È capitato che Mediaset ci chiedesse di modificare un pezzo, spesso sotto l'impulso dell'ufficio legale; noi non abbiamo mai tenuto un atteggiamento da duri e puri. Questa volta, però, nessuno mi ha interpellato e non mi sono state proposte modifiche: hanno semplicemente detto che il pezzo non doveva andare in onda, dopo che i miei capi, invece, lo avevano approvato e annunciato anche ai giornali.
Davide Parenti ti ha difeso?
Ha difeso me fino in fondo, ma ha anche dovuto difendere il programma e tutti quelli che ci lavorano. Per questo è andato in onda lo stesso. Sai come si dice: show must go on.
Non credi che avresti potuto continuare con le «Iene», per dimostrare il tuo valore «sul campo»?Mediaset aveva due valori sul tavolo: la dignità e la libertà di un suo collaboratore storico, e il rapporto con un politico influente. Ha scelto il secondo. Era inevitabile? Forse sì. Ma ci sono rimasto male lo stesso.
Come stai vivendo questa situazione?
Male. Mi ha colpito leggere come hanno modificato il mio profilo su Wikipedia: ora c'è scritto «figlio di Sebastiano Sortino». Ho provato a dimostrare di non essere raccomandato, di aver fatto una carriera rocambolesca, senza mai avere una scrivania o un posto fisso. Ma è inutile: ha vinto l'etica ceppalonesca, per cui tutti devono essere ricattabili perché si comportano come i Mastella: se hai un cognome, lo usi, nessuno è disposto a credere il contrario. Mi ribello a questa concezione, e lo faccio da cattolico, da cristiano: la famiglia è importante per far crescere i bambini, non per passarsi i privilegi per via ereditaria, a scapito dei figli di nessuno.
E adesso, che farai?
Lavoro per la Magnolia, a La7, come autore di Exit. Sto preparando un programma di inchiesta, di cui è già andata in onda la puntata pilota, si chiama «Malpelo». Cerco di interpretare quello che mi accade come un segno: se vieni infangato e diffamato su ciò a cui tieni di più, l'orgoglio di avercela fatta da solo, vuol dire che è sbagliato l'orgoglio. Bisogna puntare sulla qualità del lavoro, lasciando perdere se stessi.

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venerdì, gennaio 04, 2008

 

Lo stadio della discordia


(Immagine: Craniac)
Cari amici, rieccomi, dopo un periodo "a fasi alterne", con il pezzo che ho scritto da Cape Town per il Manifesto (03/01/08).
Nel Sudafrica che attende il Mondiale 2010, è già scoppiato il caso del costosissimo nuovo impianto di Cape Town
«No, sir, non è possibile avvicinarsi al cantiere, mi dispiace. E non può nemmeno parlare con gli operai: per questo serve un permesso speciale del Comune di Cape Town». Il custode di quello che sarà il Renaissance African Stadium è inflessibile: non mi lascia avvicinare né al cantiere né al personale che ci lavora. Certo, in questo mese di gennaio apriranno al pubblico la Green House, una sorta di baraccone multimediale in cui residenti e turisti potranno sentire, direttamente dagli organizzatori e dai responsabili del cantiere, quali meraviglie li attenderanno dal 2010. Ma il tempo è poco e i «filtri» renderanno comunque la visita poco istruttiva.
Impossibile, da fuori rendersi conto dello stato dei lavori, l'unica cosa certa è che mi trovo di fronte a un'opera faraonica, che prevede lo smantellamento di uno stadio già esistente, il Green Point da 20 mila posti, e la costruzione, da zero, di un impianto nuovo di zecca, quello dedicato alla rinascita africana, coi suoi 68 mila spettatori. Un impianto studiato per il calcio. In un quartiere bianco: chi vive qui è tifoso di altri sport, rugby e cricket su tutti, e non sa davvero che farsene di uno stadio per il soccer. Senza contare il fatto che, in Sudafrica, non esiste un sistema di trasporti pubblici e il viaggio verso il nuovo impianto, per la maggior parte dei neri di qui, sarà a dir poco proibitivo. E allora? Come realizzare un'opera come questa, all'apparenza inutile, senza creare una voragine finanziaria? É una domanda a cui i sudafricani stanno ancora cercando di rispondere. L'unica buona notizia, per gli amministratori di Cape Town, è che l'African Renaissance Stadium non figura tra gli impianti che i sudafricani hanno scelto come teatro della Confederations Cup 2009, ultimo e fondamentale banco di prova in vista dei Mondiali. Ma è davvero l'unica. Tra i dieci stadi che il Sudafrica ha promesso alla Fifa, il African Renaissance/Green Point è senza dubbio quello che sta dando più grattacapi agli organizzatori. Scioperi, ritardi, cause legali, mancanza di fondi, violazioni delle leggi ambientali (anche se Blatter ha di recente promesso bonus e aumenti di stipendio agli operai che non aderiranno alle proteste sindcali) sono solo alcuni dei flagelli che si sono abbattuti sugli amministratori di Città del Capo, fin da quando l'ex sindaco Nomaindia Mfeketo, dell'Anc, provò a intascare quante più bustarelle poteva distribuendo appalti quasi a casaccio. L'attuale Mayor della città, Ellen Zille, ebbe non pochi problemi a venire a capo della «fantasiosa» documentazione lasciata dal suo predecessore, arrivando a minacciare la sospensione (l'ennesima) dei lavori. Cercò di proporre aree alternative, promosse studi sull'impatto ambientale. Niente da fare, la macchina organizzativa si era già messa in moto e la prima cittadina dovette ammettere di non potersi permettere ulteriori ritardi (ma è rimasta celebre una sua battuta: «Non possiamo fare la fine di Montreal '76: lì, i nipoti stanno ancora pagando le olimpiadi dei loro nonni»).
I fondi per lo stadio che ospiterà una delle due semifinali scarseggiano (nonostante l'investimento governativo di quasi due miliardi di rand, circa 200 milioni di euro), al punto che il colosso dei giochi d'azzardo Gold Reef Resorts ha già offerto alla municipalità il proprio aiuto. La gara non è ancora conclusa ma i padroni dei casinò sudafricani sembrano in vantaggio. Dal tavolo verde al campo da gioco, in cambio di un'inezia: la gestione dello stadio, in esclusiva, al termine del torneo. Sì, perché l'accordo (ancora da perfezionare) prevede che il nuovo stadio ospiti appartamenti di lusso e un casinò, tutto di proprietà dei generosi biscazzieri. Considerando che, a Mondiali del 2010 conclusi, il calcio, lì, resterà solo un ricordo, forse la cosa migliore, per Cape Town, è cercare di sfruttare almeno il turismo dei giocatori d'azzardo e dei golfisti, visto che un altro punto «controverso» è il grande e lussuoso golf club che occuperà buona parte del terreno intorno allo stadio. Certo, la città dovrà affrontare l'enorme fabbisogno idrico di una simile struttura (centinaia di migliaia di abitanti della baraccopoli non hanno l'acqua a «casa»), ma gli affari sono affari.
Problema logistico. Al momento dell'assegnazione del Mondiale al Sudafrica, la Fifa accetta che Cape Town ospiti le partite della massima competizione calcistica a Newlands (in uno stadio da ampliare) o ad Athlone, impianto per cui la città aveva già speso 322 milioni di rand, in previsione di un parere positivo da parte della Fifa. Entrambi i siti sono perfettamente raggiungibili dai tifosi, il sistema stradale e ferroviario non dovrebbe essere del tutto stravolto e l'impatto ambientale sarebbe accettabile (senza calcolare l'afflusso di mezzi pesanti indotto dal megacantiere, attivo per più di tre anni, il «nuovo Green Point» subirà un surplus ingestibile di traffico in una zona residenziale, quindi non studiata per supportarlo.
Certo, per una semifinale, occorre uno stadio da almeno 68mila posti, ma è sufficiente far disputare le gare più importanti a Johannesburg, o a Durban. Ma Cape Town deve avere il meglio e i due precedenti progetti finiscono nel dimenticatoio, complici i vertici Fifa che, ufficiosamente, fanno sapere che un miliardo di telespettatori non apprezzerebbe vedere baracche e miseria, durante i Mondiali (Athlone si trova vicinissimo a un'immensa baraccopoli). Garth Strachan, portavoce dell'Anc, il partito di governo, rivela che Atlone era la prima scelta dell'African National Congress anche se entrambe le possibilità studiate in prima battuta sarebbero state preferibili al quartiere di Green Point, dove la costruzione del nuovo stadio ignorerà tutti gli studi ambientali effettuati e aggirerà persino il piano regolatore di Cape Town. Un chiarimento che non impedisce, come detto, all'ex sindaco Mfeketo di gettarsi sull'affare senza nemmeno cercare di nascondere la propria cupidigia. Uno dei vincoli imposti da Zurigo è l'assoluto rispetto dei marchi di proprietà della Fifa: questo significa che nessuno potrà servirsi del logo Fifa, o di quello del Mondiale, senza aver prima versato un cospicuo indennizzo nelle casse dell'organizzazione. Se tutto andrà secondo i piani, quindi, sarà improbabile imbattersi in venditori di merchandising contraffatto.
Chi godrà, insomma, dei benefici del Mondiale? I poveri, i disoccupati, che non potranno nemmeno permettersi il biglietto dell'autobus fino allo stadio? Improbabile. Eppure, la gente «comune», anche a Cape Town, continua a essere convinta che il Mondiale porterà benefici a tutti. Merito del governo Mbeki, abilissimo nel rivolgere a proprio vantaggio le polemiche riguardo ai ritardi nei lavori. Secondo il leader dell'Anc, tutti i problemi sarebbero frutto di una campagna anti-africana da parte dei bianchi razzisti e il modo migliore per fare in modo che l'Occidente si ricreda è quello di lottare uniti per non perdere il primo Mondiale africano della storia.

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venerdì, luglio 13, 2007

 

Riprendiamo. Nuvole divine sopra il sudafrica.

Manco da un po', è vero, ma eviterò di menzionare l'incredibile sequela di problemi tecnici che mi hanno privato di una connessione per quasi tre settimane e vi rimando al sito di Radio Popolare per la versione completa dell'intervista a Tumi Makgabo, responsabile della comunicazione dei Mondiali di Sudafrica 2010.
Gli stessi inconvenienti di cui sopra mi hanno impedito di riportare l'articolo che il Manifesto mi ha pubblicato domenica 24 giugno. Eccolo:
Nuvole divine sopra il sudafrica.
ll presidente della Fifa Blatter ha assicurato che "solo" Dio può togliere al paese di Mandela i mondiali del 2010. Ma il rischio sicurezza e i ritardi nei lavori richiamano gli avvoltoi.
A poco meno di tre anni dal fischio d'inzio di Sudafrica 2010, primo Mondiale di calcio in terra africana, Sepp Blatter è volato a Città del Capo per fare il punto della situazione. Il padrone del calcio mondiale, da poco rieletto per acclamazione alla presidenza della Fifa, ha tracciato un bilancio positivo della sua due giorni sudafricana: «Dopo aver constatato di persona l'andamento dei lavori per i Mondiali 2010 - ha dichiarato - posso definirmi un presidente fortunato: tutto procede come nelle previsioni». Blatter ha incontrato anche il Presidente Thabo Mbeki e ha ribadito le ragioni per le quali la Fifa ha assegnato l'organizzazione dell'evento al Sudafrica: «Non è stato facile convincere le organizzazioni internazionali a fidarsi dell'Africa, ma portare il mondiale qui è stato un atto di giustizia nei confronti del movimento calcistico di questo continente». Retorica efficace da colonnello.
Dopo aver ammonito gli organizzatori a migliorare il sistema dei trasporti per non penalizzare gli spostamenti di tifosi e turisti, Blatter è scivolato nel tentativo di spazzare via le preoccupazioni riguardo alle condizioni di sicurezza che il Sudafrica potrà garantire: affermando che la criminalità è un problema che affligge tutte le grandi città del mondo, non solo quelle sudafricane, non ha fatto altro che rendere meno sgradevole una realtà tutt'altro che rosea. Se chiedete a un sudafricano cosa tema maggiormente, oggi, punterà di certo su povertà e criminalità, due problemi intrinsecamente legati l'uno all'altro. Il governo di Pretoria è finito sotto accusa per aver investito una cifra superiore ai 2 miliardi di euro nella corsa a questo Mondiale, togliendo fondi alla spesa sanitaria e alla costruzione di alloggi per i senza tetto (circa 2,5 milioni in tutto il Paese). La giustificazione è stata la "ricaduta" del Mondiale sull'intera popolazione sudafricana: dopo il torneo del 2006, la Germania ha visto un incremento del Pil dello 0,3%. Ma non è una scelta facile da spiegare a quel 50% di popolazione (nera, per lo più) che continua vivere sotto o a ridosso della soglia di povertà e che costituisce, per ovvie ragioni, il naturale serbatoio della criminalità più o meno organizzata. Se è vero, da un lato, che il Sudafrica ha già organizzato eventi importanti come i Mondiali di rugby e di cricket senza che si verificasse alcun incidente, lo è altrettanto il fatto che il numero di crimini (soprattutto furti e rapine) è in continua e rapidissima crescita. E l'aggressione subita lo scorso ottobre dal premio Nobel Nadine Gordimer non ha di certo facilitato il compito di quanti, in Sudafrica e alla Fifa, hanno il compito di minimizzare. Il comitato organizzatore, però, non sottovaluta il problema, anzi: i responsabili del calcio sudafricano sanno benissimo che quello della violenza è uno dei due fattori che potrebbero davvero far traslocare la coppa verso altri lidi (Germania? Australia? Stati uniti? Lo stesso Blatter ha detto che c'è la fila di paesi pronti a subentrare). E non ci tengono affatto a diventare la seconda "macchia" negli annali Fifa, dopo che la Colombia, cui era stata assegnata la coppa del 1986, se la vide soffiare dal Messico un po' per i narcos, un po' per il terremoto. Vittorio Emanuele Parsi, professore straordinario di Relazioni Internazionali nell'Università Cattolica di Milano, è convinto che Fifa e sponsor abbiano solo da guadagnare da un Mondiale organizzato in un Paese come il Sudafrica. Se, infatti, è innegabile che nell'immediato i rientri in termini di sponsorizzazioni e diritti tv sarebbero più consistenti in una realtà già consolidata, come la Germania per esempio, lo sono altrettanto le enormi potenzialità di crescita di un mercato ancora vergine e ancora da allargare ai "consumatori" neri. A sostegno di questa tesi sembra arrivare uno studio dell'Università di Città del Capo sulla nascente classe media nera, i cosiddetti "black diamonds" (diamanti neri), che sarebbe ormai l'elemento trainante della crescita economica sudafricana. L'altro fattore di rischio è rappresentato dai super pubblicizzati ritardi nei lavori per gli stadi che ospiteranno il torneo. La Fifa ha richiesto 8 stadi per lo svolgimento del Mondiale, ma i padroni di casa hanno deciso di presentare un dossier comprendente i progetti di 10 impianti. Gli uomini di Blatter hanno potuto constatare gli enormi progressi, ma non è detto che i lavori finiscano in tempo per tutti gli stadi. Anzi, la possibilità che il nuovo Greenpoint Stadium, proprio a Città del Capo, non sia ultimato in tempi utili, appare tutt'altro che remota. L'impianto dovrebbe ospitare una delle due semifinali (l'altra si giocherà a Durban) e questo ha dato modo al Segretario Generale della Fifa, Urs Linsi, di rilasciare gli unici commenti davvero negativi ricordando ai sudafricani che «il Mondiale si giocherà anche con uno stadio in meno, ma a rimetterci, in quel caso, sarebbero la credibilità e il prestigio dell'intero continente». I sudafricani non sembrano curarsene e proseguono nell'avvicinamento ai Mondiali nutrendo una fiducia forse eccessiva nella buona fede di Blatter e degli affaristi della Fifa: la coppa arriverà nella Rainbow Nation, punto e basta. Ne è convinta, per esempio, Nomvuyo Nokwe, Console Generale per il Sudafrica a Milano, una donna dotata di un entusiasmo travolgente: «Mr Blatter ha dato la sua parola». Eppure, se l'avvocato della Mastercard che ha battuto il governo mondiale del calcio in una causa milionaria, ha dichiarato che «Menzogna, inganno e malafede sono procedure standard alla Fifa», c'è poco da star tranquilli. Anche perché Blatter ha chiuso la sua visita sudafricana con una dichiarazione che invita agli scongiuri: «Solo Dio può fermare il Mondiale in Sudafrica». Solo Dio?

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