sabato, marzo 28, 2009
Una Coppa pulita

Come annunciato ieri, ecco cosa mi ha raccontato Danny Jordaan, CEO del Comitato organizzatore di Sudafrica 2010, per il Manifesto:
Danny Jordaan, presidente del Comitato organizzatore di Sudafrica 2010, è a Milano per presentare la Confederations Cup di giugno e lo stato dei lavori per i Mondiali del prossimo anno. La prima Coppa del Mondo organizzata da un Paese africano è alle porte e l'ex insegnante-calciatore-attivista anti-Apartheid-dirigente dell'Anc (57 anni), vuole correggere l'immagine di una nazione disorganizzata e in ritardo circolata con l'avvicinarsi dello storico traguardo. I ritardi, in alcuni casi, erano reali come a Port Elizabeth (che è la città natale di Jordaan e ha perso la Confederations Cup) ma per lo più si tratta di problemi comuni a ogni organizzatore di grandi eventi. Basti pensare a Pechino 2008 o, per guardare a casa nostra, a Italia '90, con gli ultimi «ritocchi» fatti in corsa la mattina della giornata inaugurale.
Mr. Jordaan, ha mai avuto la sensazione che Blatter potesse davvero decidere di spostare il Mondiale altrove, negli Usa o in Australia?
Non esiste essere umano sulla terra che possa togliere il Mondiale al Sudafrica. Solo Dio potrebbe farlo. Quando investi 3 miliardi di euro nell'organizzazione di un simile evento, è ovvio che ci siano dei contratti a tutelarti. Nessuno può svegliarsi una mattina e decidere di spostare altrove il Mondiale, a meno che non si verifichi un disastro naturale, come un terremoto, per esempio. Abbiamo dei contratti firmati e tutti li onoreranno.
E il problema della sicurezza che spaventa la Fifa?
Negli ultimi tempi abbiamo avuto a che fare con attacchi xenofobi, gravi senza dubbio, ma del tutto estemporanei. Nessuno può pensare di punire il nostro paese per quei fatti.
I tifosi saranno al sicuro?
Al 100%. Vi assicuro che tutto andrà per il meglio, nessuno è preparato quanto lo siamo noi. E in ogni caso è troppo tardi, stiamo già vendendo i biglietti.
Impiegherete anche l'esercito?
No, i soldati resteranno fuori da ogni fase dell'organizzazione, non saranno necessari e non vogliamo creare un impianto militaristico, sarebbe pessimo anche per la nostra immagine. Abbiamo investito più di cento milioni di euro nella sicurezza, per aumentare di 41mila unità le forze di polizia e addestrare 45mila steward. Sarà più che sufficiente.
Qualcuno pensa che i vostri nuovi modernissimi stadi possano diventare delle cattedrali nel deserto dopo il Mondiale: enormi impianti per il calcio costruiti in quartieri bianchi, dove si seguono solo rugby e cricket, e troppo lontani per la gente dei quartieri neri, che non potrà permettersi di pagare il biglietto per arrivare allo stadio.
Queste differenze non hanno più senso. L'Apartheid creò aree bianche e aree nere, ma oggi il paese appartiene a tutti noi, senza distinzioni. Ci sono bianchi che vivono a Soweto e neri che vivono a Sea Point (quartiere di Cape Town, ndr). Per cui, dove sarebbero questi «quartieri bianchi»?
Beh, ha citato tutti quartieri «bene». Soweto non è più il ghetto di qualche anno fa. Da Philippi (uno degli slums di Cape Town, ndr) allo stadio di Green Point però può essere un viaggio impossibile...
Il Mondiale si gioca a Cape Town, nel tuo paese, potrai viverlo da vicino, più di quanto ti capiterà mai di farlo in tutta la tua vita. Dovremmo forse portare le partite a Philippi? Lo stadio appartiene a tutti i cittadini che pagano le tasse. Vede, il Mondiale è stato organizzato dall'Italia, dagli Stati Uniti, dalla Germania, da Giappone e Corea. In ogni Paese, gli stadi saranno stati troppo lontani per qualcuno. In Italia, nel 1990, non avrà avuto le partite esattamente dove le sarebbe stato più comodo, immagino.
In Sudafrica però certe divisioni sembrano ancora molto evidenti.
Conosco un po' la vostra storia, Garibaldi e Cavour: avete dovuto far coesistere nord e sud del paese per creare un'unica nazione. Anche per noi non è un'operazione facile e veloce. La promulgazione di una Costituzione democratica non ha trasformato automaticamente il Sudafrica in un paese democratico e non razzista. Ma ci arriveremo insieme, bianchi e neri, poveri e ricchi. Un paese diviso e razzista corre gravi rischi, guardate la Bosnia o il Ruanda. Ma noi abbiamo una visione e un futuro comune e il Mondiale faciliterà questo processo. La gente sa che ci sarà più lavoro, che aumenteranno le opportunità. Trasporti migliori, infrastrutture migliori, più tecnologia, più benessere. Arriveranno investimenti in dollari e in euro. I sudafricani lo sanno, il Mondiale aiuterà il nostro paese, anche a essere più ottimista.
Cosa pensa della mancata concessione del visto al Dalai Lama?
Non posso esprimere un giudizio, perchè non faccio parte degli organizzatori di quel Congresso. Sarebbe stupido fare annunci alla stampa a proposito di qualcosa che non conosco a fondo.
Qual è l'obiettivo dei «bafana bafana» ai Mondiali 2010?
Non saprei, io sono responsabile dell'organizzazione del torneo, c'è una federazione che si occupa della nazionale sudafricana. Quello che posso dire è che il successo di un Mondiale è legato a quello della squadra di casa. Se il Sudafrica uscisse subito, la gente perderebbe un po' di interesse, è ovvio. Ma questo sarà un Mondiale di tutta l'Africa, non solo del Sudafrica, e per tutti noi sarebbe fantastico se una delle sei squadre di questo continente presenti al torneo arrivasse in semifinale.
Come se la cava il nuovo ct Joel Santana? E' sembrato un ripiego, una seconda scelta...
E' un buon allenatore. Non era la prima scelta, ovvio. Purtroppo il suo predecessore, Parreira, ha dovuto rinunciare.
Il Sudafrica perse i Mondiali del 2006 per il voto comprato di un membro della Fifa, Charles Dempsey. Ricorda?
La prima cosa che mi disse il presidente Mandela fu: «Fai qualunque cosa per portarci il Mondiale, ma in modo pulito. Non pagheremo tangenti, non faremo regali. A nessuno e per nessun motivo». Io mi sono attenuto alle sue istruzioni. Credo sia nostro dovere cercare di cambiare le regole del gioco. Il fatto che si dica che tutti lo hanno sempre fatto, non implica che debba continuare così per sempre.
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giovedì, settembre 11, 2008
La grande truffa asiatica
Altro copiaincolla, del sottoscritto, però (dal Manifesto di domenica 7/9):Annunciato dalla rete come una sorta di anticristo del dio pallone, il libro Calcio Mafia (Rizzoli, 350 pg, • 18,50) dell'inglese Declan Hill (immagine) è un ottimo lavoro di ricerca e investigazione sul losco mondo delle scommesse che gravita attorno al calcio. Forse, però, non la bomba che molti temevano. Hill è un giornalista investigativo non nuovo alle inchieste ad alto rischio: per la televisione canadese ha realizzato documentari in Kosovo e in Iraq e ha lavorato nelle zone più calde di Kurdistan, Bolivia, India, Turchia e Messico. Anchorman di Cbc e Bbc, insegna a Oxford e ha raccolto numerosi premi, tra i quali l'Amnesty International Best Human Rights Documentary. L'uscita del libro ha fatto un po' di rumore ma neanche troppo se si considera che una delle ipotesi sostenute da Hill è che la Mafia asiatica abbia manipolato alcune partite dei Mondiali del 2006 per lucrare sul grande business delle scommesse, un giro d'affari che tra puntate legali e clandestine muove fino a 450
miliardi di dollari all'anno. Sotto accusa ci sono le seguenti gare: Italia-Ghana, Inghilterra-Ecuador, Brasile-Ghana, Italia-Ucraina. Secondo Hill, alcuni giocatori avrebbero accettato denaro per perdere partite comunque scontate nel pronostico dando garanzie ben precise sullo scarto di gol finale, permettendo vincite molto remunerative. L'invasione della mafia asiatica, partita dal quadrilatero d'oro Kuala Lumpur, Bangkok, Taiwan, Jakarta e paragonata a quella delle locuste, sarebbe inarrestabile. Dall'estremo oriente al resto del pianeta. Questo il risultato di anni di indagini sotto copertura tra i peggiori criminali del mondo. Dalla seconda categoria malese di cricket alla finale della Coppa del Mondo di calcio, non esisterebbe una sola gara, di nessuna disciplina, in nessun paese, al sicuro dalle trame del racket delle scommesse clandestine. La Bundesliga tedesca è un altro esempio del potere dei maneggioni orientali: il protagonista, qui, è un certo Bee Wah Um, malese, condannato dal tribunale di Francoforte a due anni e mezzo di carcere per aver manipolato dieci incontri in Germania e in Austria. Il 26 novembre 2005 puntò 2,8 milioni di euro sulla sconfitta del Kaiserslautern contro l'Hannover: finì 5-1 e lui incassò 2,2 milioni. Uscito di prigione in libertà vigilata, si è dato alla macchia e probabilmente è ancora lì che organizza puntate mirabolanti. Tifoso dell'Arsenal da quando aveva sei anni, Hill dice di amare ancora il calcio ma di non credere più a quello che vede. Ogni volta che guarda una partita, la prima cosa che si chiede è se sia stata aggiustata.
Le sue rivelazioni hanno fatto discutere. Può spiegarci come si manipolano le partite di un mondiale?
Nel maggio del 2006, ebbi modo di assistere a una strana riunione in un Kentucky Fried Chicken di Bangkok. Vi presero parte quattro persone: un thailandese ben conosciuto nel mondo delle scommesse, due cinesi e un uomo di colore, alto e atletico. Parlarono dei mondiali che sarebbero cominciati pochi giorni dopo e di alcune partite da aggiustare. Parlarono del Ghana, in particolar modo. Avevano un contatto con gli africani. Ogni giocatore, dissero, avrebbe guadagnato trentamila dollari collaborando con loro. Secondo le mie fonti i ghanesi coinvolti sarebbero poi stati otto. In ballo c'erano i risultati di alcune gare che i mafiosi conoscevano in anticipo. Truffe difficili da individuare: si corrompe la squadra più debole perché perda in modo più netto e nessuno si stupirà del risultato. Nel libro c'è una mia intervista al capitano del Ghana, Stephen Appiah, che nega di aver ricevuto denaro ma ammette di essere stato contattato da mediatori asiatici durante il ritiro tedesco. Tempo dopo, in Africa, individuai l'uomo di colore che avevo visto alla riunione di Bangkok, quello che i mafiosi avevano indicato come loro intermediario: era l'allenatore dell'Under 17 ghanese, Abukari Damba, che ha confermato di aver frequentato il ritiro della sua nazionale in Germania e che lì un faccendiere orientale avrebbe avvicinato la squadra proponendo di perdere una partita (ma in un'inetrvista al quotidiano Bild , Damba ha liquidato il libro di Hill come «una menzogna» e ha minacciato di adire le vie legali, ndr).
Tra le partite sospette lei indica ItaliaGhana e Italia-Ucraina: in entrambe gli azzurri vinsero con almeno due gol di scarto (2-0 la prima, 3-0 la seconda) come le avevano pronosticato i quattro di Bangkok. Però furono partite combattute, l'Ucraina colpì due legni e Zambrotta salvò un gol sulla linea...
Attenzione, su internet c'è stato troppo sensazionalismo attorno a queste anticipazioni. Quello che ho detto è che chi organizzava le scommesse sapeva in anticipo il risultato di alcune partite e me lo aveva comunicato. Guardai in tv Italia-Ghana e pensai che pur giocando bene, gli africani sembrava proprio non volessero segnare. Stessa cosa accadde in occasione di Brasile-Ghana finita 3-0. Potrebbe anche trattarsi di semplici coincidenze ma direi che è un'ottima opportunità per indagare a fondo.
In Italia abbiamo una certa dimestichezza con gli scandali: il calcio-scommesse nei primi anni ottanta, il Napoli di Maradona e la Camorra, Moggi e Calciopoli. Crede ci sia un legame con le mafie asiatiche?
Io mi sono concentrato su di loro, quella italiana non la conosco abbastanza bene. Dopo ave devastato le finanze e la credibilità di diversi campionati locali, da Singapore a Hong Kong, alla Malesia, gli scommettitori orientali si sono globalizzati, allargando la propria influenza ai campionati europei. Non escludo rapporti con Mafia e Camorra ma non ho certezze.
Le sue scoperte non sembrano aver smosso più di tanto il mondo del calcio. Eppure, potenzialmente, sono un terremoto.
Credo che il problema principale sia la paura che quasi tutti hanno quando si parla di corruzione nello sport. Nessuno vuole mai crederci davvero. Io non dico che sia tutto un imbroglio ma che lo sport oggi corre un enorme pericolo. E di sicuro non aiuta l'atteggiamento della maggior parte degli addetti ai lavori, di solito divisi a metà tra chi pensa che la corruzione sia una favola e chi, al contrario, è convinto che sia tutto marcio. In realtà, il problema esiste, è ancora circoscritto, ma esiste. Ed è lì che bisognerebbe colpire, per salvaguardare lo sport.
Si riferisce alla Fifa?
Mi piacerebbe che la Fifa e la Uefa costituissero delle apposite sezioni preposte alla lotta contro il fenomeno delle scommesse. In collaborazione con la polizia. E' l'unico modo per ottenere davvero qualcosa.
Eppure l'anno scorso l'Uefa chiuse un'inchiesta interna stabilendo che la mafia delle scommesse non rappresentava una minaccia per il calcio europeo. Lei sostiene invece che sia molto facile comprare giocatori o squadre di seconda fascia nei turni preliminari della Champions League.
Molti funzionari Uefa con cui ho parlato sanno di avere a che fare con qualcosa di letale per il calcio. Anche perché internet ha moltiplicato i fattori di rischio: nel bene e nel male, attraverso le scommesse la rete potrebbe rivoluzionare l'industria del calcio, come ha fatto con quella della musica.
Non è che tra i vertci del calcio mondiale c'è qualcuno «troppo vicino» agli interessi degli scommettitori asiatici?
No, credo che il problema sia una totale ignoranza della realtà. Non sono corrotti, solo non sanno cosa gli stia capitando intorno. In questo senso, il mio libro toglie loro ogni possibile alibi: adesso devono sapere per forza.
Solo una nota: nella "trascrizione", Hill è diventato inglese. Ovviamente, lui è canadese, mi scuso per il refuso.
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giovedì, luglio 10, 2008
-699 (con Andrew Jennings)
Bene, mancano meno di 700 giorni (699, per la precisione) all'inizio del Mondiale. Per l'occasione, "ripesco" dal buco nero del blog su GQ.it anche questa breve intervista al mitico (per me, non certo per Sepp) Andrew Jennings. Risale all'inizio del 2007, quindi si fa riferimento, per esempio, alla probabile (poi effettiva) rielezione di Blatter nel maggio dello scorso anno:Il Sudafrica appare sempre più in difficoltà, nell'organizzazione del Mondiale: credi che Blatter cederà alle lusinghe australiane?
Il gioco di Blatter è quello di lasciare che circolino voci destabilizzanti per i sudafricani. In questo modo, diventano molto obbedienti e gli lasciano il controllo della vendita dei biglietti. Ma se gli stadi saranno pronti in tempo, non credo che avranno problemi. Anche se, una volta rieletto in maggio (e gli africani non possono votare che per lui), beh, allora potrà fare ciò che vorrà. Ma non prima della fine di maggio.
Uno dei principali problemi del calcio africano è l'ingordigia di molti politici. La Fifa ovviamente conosce la situazione (denaro che scompare, dirigenti arricchiti, premi per i calciatori ridotti a zero) ma non fa nulla. Perchè?
Blatter adora avere corruzione ovunque. In questo modo sa come controllare la Fifa.
Perchè la Caf, la confederazione africana, non si è ribellata contro Blatter, dopo la frode di Charles Dempsey?
Come avrebbero potuto? I sudafricani avevano intuito tutto ma non avevano la possibilità di provarlo. E Blatter riuscì a fregare tutti.
E' vero che gli altri africani non erano favorevoli all'assegnazione del Mondiale al Sudafrica, il Paese "meno africano" d'Africa?
Sospetto che gli altri Paesi africani abbiano pagato grosse tangenti (alla Fifa, ndr). Non credo che il Sudafrica abbia fatto lo stesso.
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domenica, luglio 06, 2008
Gianni Mura/2
Infatti, dopo la sentenza di primo grado, lei scriveva che 30 punti di penalizzazione, per la Juventus, più che una punizione sembravano la gogna.
Sì, ma perché mi aspettavo quello che poi sarebbe successo. Cioè commentando, credo con Crosetti, durante i Mondiali, dicevo che tutto questo mi ricordava l’acquisto di un tappeto in un suk tunisino: quanto costa? 100, poi viene via per 30. Lì è una cosa puramente interpersonale tra acquirente e venditore. Nel caso del calcio, c’è bisogno di una forza di occupazione che blocchi i treni o i traghetti. Però tutto questo fa parte di un film già visto, in sostanza. La faccenda della Reggina, per esempio. Leggevo sulla Gazzetta dello Sport che, secondo il sindaco di Reggio Calabria, la richiesta di penalizzazione del procuratore Palazzi ai danni della Reggina sarebbero antimeridionaliste. Ma, visto che da questa penalizzazione avrebbe tratto vantaggio il Lecce, proprio non riesco a capire in che modo sia antimeridionalista. Cioè, chi sbaglia paga. Altrimenti si può dire che le precedenti azioni contro Milan e Juve fossero antinordiste. Mi sembra assurdo tutto questo agitarsi di sindaci, del resto si erano mossi anche Veltroni, Chiamparino e Dominaci. Non richiesti, tra l’altro.
In effetti, mi sembra che le vicende di questa estate (“calciopoli” e la vittoria al Mondiale) hanno dimostrato l’abilità dei politici italiani nel salire sul carro dei vincitori. Mi viene in mente la Melandri sull’autobus che portava gli azzurri al Circo Massimo…
C’è da dire che lei era andata a trovarli a Coverciano… comunque sono abilissimi. E poi io trovo giusto che quelli della Nazionale chiedano di “non salire sul carro”. Io ho addirittura evitato di usare il plurale (“abbiamo vinto con la Francia”). Ho usato sempre il loro perché mi sembrava giusto nei loro confronti e perché era una vittoria di questo gruppo contro gran parte dell’opinione pubblica e contro la diffidenza di molti, tra cui il sottoscritto. Per cui non vedo perché dovrei cambiare idea improvvisamente e salire sul carro.
Sì, mi ricordo i suoi articoli precedenti al Mondiale, con il famoso “turiamoci il naso”…
Beh, questo è stato un Mondiale bizzarro. Non è un giallo, ma una cosa in cui tutte le disgrazie diventavano vantaggi. Abbiamo vinto, anzi, hanno vinto un Mondiale perché si è fatto male Nesta: sembrava una sciagura, invece Materazzi è diventato il simbolo dell’Italia vincente, il che mi ha ricordato Scopigno, che diceva: “Tutto mi sarei aspettato fuorché Niccolai in mondovisione”. E anch’io non me l’aspettavo, ma va benissimo.
Una sorpresa, anche “divertente”, per certi versi. Come nel 1982.
Sì, nell’82 cera una squadra forte, secondo me. Qui ci sono molte contraddizioni in questa vittoria. Per esempio, tutti, dalle Alpi alle piramidi, dicevano che l’Italia avrebbe vinto se Totti fosse ritornato Totti. Infatti, è stato il peggiore. E hanno vinto lo stesso. Nesta era il pilastro della difesa: si è fatto male, ha giocato Materazzi e hanno vinto lo stesso. Beh, ci vuole anche del talento.
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Gianni Mura/1
Come ricorderete, alcuni mesi fa, si interruppe bruscamente il mio rapporto con GQ. Beh, la chiusura (non prevista) del blog ha rischiato di farmi perdere un paio di interviste a cui tenevo, prima fra tutte quella a Gianni Mura:Se le interviste, invecchiando, migliorassero come il buon vino, quella a Gianni Mura, che state per leggere, sarebbe un autentico capolavoro, un Montrachet del '78. Mah, il maestro ha poco a che fare con Sudafrica 2010 ma, tra una cosa e l'altra, è più di un anno che la trascino e, nel frattempo, è uscito anche il suo primo libro: cominciamo con la prima parte (non è cortissima), mi saprete dire.
In un’intervista a Libero, Mino D'amato affermava di essere stato uno di pochissimi giornalisti Rai a documentarsi, a verificare le notizie prima di riportarle. E’ davvero così? La maggior parte dei giornalisti è così superficiale?Ho paura che questo sia abbastanza vero. Anche se trovo siano in aumento quelli che si documentano -in gergo si dice "preparare la scaletta"-. Se uno va a fare un'intervista, è bene che si prepari leggendo altre interviste, non per copiare le idee, ma per sapere bene chi deve intervistare. Per chiedere qualcosa che non gli hanno ancora chiesto.
La pensa così anche Maurizio Crosetti: secondo lui, molti vostri colleghi di Repubblica girano con intere valige colme di documentazione sui pezzi che devono scrivere.Vero, infatti non si può generalizzare. E l'osservazione di D'Amato riguarda la Rai, che, per me, è già un altro mondo. Però, direi che quelli di una certa generazione -la mia, per esempio- sono stati "esortati" a documentarsi, prima di scrivere. Quindi si cresce “dritti” o “storti” a seconda di quello che avviene nei primi anni. Senza generalizzare, noto, anche nel linguaggio, una sciatteria, oltre a una scarsa documentazione, notevole nelle televisioni.
Quindi trova questa grossa differenza tra il quotidiano e la televisione, anche nell'ambito dell’informazione?
Sì. Ma anche il quotidiano è peggiorato. Per esempio, dal punto di vista dei refusi, che sono sempre troppi. Però, forse, è il vecchio scripta manent che ci rimane in testa. Mentre, invece, le televisioni sono parole che passano. Non dovrebbe essere così, ma molto spesso lo è.
Cambiamo aromento. Gli australiani stanno cercando di creare il vino in laboratorio, producendo separatamente il tannino, i profumi, l'alcool, e unendo poi le varie "componenti" ad hoc, a seconda del tipo di vino desiderato. Giorgio Bocca ha commentato dicendo -credo a ragione- che non esiste enotecnico al mondo che possa dare al vino delle qualità che già non abbia naturalmente e cita Angelo Gaia, un produttore di barbaresco, secondo cui "Migliorare la qualità di un grande vino è come aumentare di 5km la velocità di un'auto di Formula1. Chi vuole il vino ottimo lo paghi."
Per me, è una cosa ai confini della bestemmia ma, visto che viviamo in tempi in cui si clona una pecora, non capisco perché dovrei perdere il sonno se costruiscono in laboratorio un cabernet o un merlot. Detto questo, possono anche avere un vino perfetto, ma rimane un vino prodotto in laboratorio. Quindi, probabilmente perché noi abbiamo più secoli di cultura di vino alle spalle, il vino è una cosa che dipende esclusivamente, oltre che dagli uomini, dal cielo (se uno ha fortuna, non grandina) e dalla terra, cioè il territorio. E, certamente, tutti i grandi produttori di vino hanno un laboratorio, ma non per fabbricare il vino, ma per analizzare i campioni, la terra, per vedere dove piantare questo e quello. Comunque, ormai, si può fabbricare tutto in laboratorio.
Preferisce scrivere di calcio o di cucina?
Io preferirei scrivere di sport, se possibile, anche perché trovo sia piuttosto semplice scrivere di cucina. Comunque mi accorgo, con gli anni, che mi sono occupato delle due cose in cui tutti sono convinti di essere "imparati": il calcio, perchè ci hanno giocato tutti, e l'enogastronomia, perchè tutti mangiano e bevono. Diciamo che mi diverto di più quando scrivo di qualcosa che è fuori dal mio abituale, come un'intervista a uno scrittore, o a un cantautore, o un pezzo fuori dal mio “seminato” abituale. Il calcio, onestamente, mi ha quasi saturato.
Allora, le faccio una domanda che sta al di fuori di questi due argomenti, partendo da una battuta che face a Piero Colaprico, durante la presentazione di uno dei suoi libri. Lei gli disse: “Sei bravo, ma non sei Simenon”. Ecco, chi è, se esiste, il nuovo Simenon? Quali sono, oggi, i suoi giallisti preferiti? Credo che Simenon sia irripetibile, anche per la sua sterminata produzione. Scriveva e produceva libri al ritmo con cui i conigli fanno figli. Ovviamente non tutti bellissimi. Quella che ho fatto a Colaprico era una battuta, perché Simenon nel genere è inarrivabile. Ma io continuo a leggere gialli, certo. Mi piace Biondillo, per esempio, dei giovani italiani. E continuo a venerare McBain, anche se è morto, come prima Cornell Woolrich. Il giallo è un’altra passione presa da piccoli, come le parole crociate. Connelly è bravissimo, per esempio, anche se non so se si possa parlare di giallo, di nero o di thriller, ha dei tempi narrativi stupendi.
Polidoro e Lucarelli pensano che, in Italia, generi come il giallo, appunto, o il noir, abbiano molto successo perché la letteratura può permettersi di trattare temi che la saggistica o la cronaca non possono –o non vogliono- toccare. Perché il nostro è un Paese ricco di misteri. Andando dalla cronaca nera a quella giudiziaria, passando per il calcio, crede che l’Italia sia davvero così “portata” al mistero, all’intrigo? Altri Paesi, per esempio, non hanno avuto il terrorismo, ma neanche i vari scandali legati al mondo del calcio, nel 1980 come oggi.
E’ un po’ forzoso, come accostamento. Direi che l’Italia è storicamente un Paese di misteri, ma dai tempi di Nerone e degli avvelenamenti dei Borgia. In tempi recenti, ci sono misteri che possiamo definire “di Stato”: misteri irrisolti che vanno da Ustica a Piazza Fontana. E’ strano, perché questo è un Paese in cui c’è il fascino del mistero, ma sembra che si goda nel mantenerlo irrisolto il mistero. La stessa cosa se vogliamo appiccicarla a calciopoli o come vogliamo chiamarla è che all’inizio tutti erano animati da un "sacro fuoco", poi al momento delle sentenze tutto si annacqua: "poverini, perchè devono pagare i tifosi?" o "ma in fin dei coni hanno sbagliato due persone, perché dobbiamo penalizzare i giocatori?" Queste cose qui. Quindi direi che forse non siamo un Paese molto portato all’applicazione della giustizia, cioè chiediamo che sia fatta ma appena è fatta chiediamo degli sconti. Un pochino come quando si va al negozio a comprare un maglione. E non è molto consolante.
(continua)
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venerdì, luglio 04, 2008
Pistorius, atto primo/2
Ecco il pezzo su Pistorius (e sulla nazionale under 22 di basket in carrozzina) che ho scritto per il Manifesto (3 luglio):Oscar Pistorius non ce l'ha fatta, non ancora. La Notturna di Milano, meeting internazionale di atletica in programma ieri sera all'Arena civica «Gianni Brera», non è servita a lanciare il nome di Oscar Pistorius nella Storia con la «s» maiuscola. L'obiettivo del velocista sudafricano, ammesso a gareggiare con gli atleti normodotati nonostante le protesi in carbonio (le ormai famosissime Cheetah, ghepardo, ispirate prorpio ai felini degli splendidi parchi della Rainbow Nation) era chiaro, anche se poco realistico: completare il giro di pista in 45"55, partendo da un primato personale di 46"34. E ieri in gara è arrivato quarto, col tempo di 47"78. Un abisso, a questi livelli. Ma Pistorius è davvero il «faro» di un movimento tanto vasto e difficile da inquadrare come quello paralimpico? Mattia Sala, impegnato in questi giorni con la nazionale under 22 di basket in carrozzina agli Europei di categoria, in Turchia, lo ammira per la tenacia e per la capacità di attirare i riflettori su di sè (e, di conseguenza, sull'intero movimento paralimpico), anche se non crede che il sudafricano possa rappresentare un «modello», una sorta di rappresentante per tutti gli sportivi disabili: «Credo meriti di gareggiare con i normodotati, nonostante le protesi, forse gli concedano qualche vantaggio, sul piano meccanico».
Il movimento, in Italia, è gestito dal Comitato Italiano Paralimpico (CIP), che vede, al proprio vertice, l'ottimo Luca Pancalli. Cosa aspettarsi dopo il «ciclone» Pistorius? Mattia, tesserato per la Briantea 84 di Cantù, non si fa illusioni, sa perfettamente che, dopo Pechino, l'attenzione dei media abbondonerà Pistorius (almeno fino ai Giochi di Londra), lasciando nell'ombra anche tutti gli altri. I problemi, certo, esistono da sempre per chi pratica i cosiddetti «sport minori». Figuriamoci se, poi, si tratta addirittura di atleti disabili (Petrucci, in questo, non è esattamente un mecenate): «Beh, dipenderà, al solito, da quanto saranno generosi gli sponsor. La Federazione è organizzata e gestita da persone valide. Ovviamente, di pubblicità ne riceviamo poca».
Gli Europei di Adana (3-11 luglio), per gli azzurri cominciano oggi (3 luglio, ndr), contro i padroni di casa turchi (purtroppo, con una sconfitta di misura, ndr). Clifford Fisher ha convocato dodici azzurri: Riccardo Belloli, Domenico Beltrame e Andrea Trulli, Jacopo Geninazzi, Lorenzo Molteni, Francesco Roncari, Mattia Sala e Angelo Scopelliti , Francesco Santorelli, Claudio Spanu e Giacomo Tosatto. Dopo i turchi, sarà la volta della Germania (il 4), poi toccherà a Belgio e Gran Bretagna. «Abbiamo ottime possibilità di arrivare in fondo, il movimento è forte, anche se la nazionale maggiore, purtroppo, non è riuscita a qualificarsi per Pechino». Facciamo il tifo per Pistorius, allora (a Milano, non ce l'ha fatta, non resta che sperare nella magia di Roma), senza dimenticare la nostra «piccola» nazionale di basket in carrozzina. Sperando che Fisher non abbia un «suo» Lippi a gufare alle spalle.
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lunedì, maggio 19, 2008
Pistorius: "Ho vinto, comincia un viaggio stupendo"
Non me l'ero dimenticato. Anzi, per puro caso, mi trovavo alla conferenza stampa post annuncio.Dal Manifesto di sabato (17/5):
Intervista allo sprinter dopo la sentenza. "E' un giorno meraviglioso per me e per lo sport"
Pistorius, ha vinto la sua battaglia. Potrà correre ai Giochi con i normodotati.È il giorno più bello della mia vita ma anche un giorno meraviglioso per lo sport. Sono stati mesi durissimi, di grande tensione. Si è chiuso un brutto viaggio e ne comincia uno stupendo. Ora posso ricominciare a inseguire il mio sogno, partecipare alle Olimpiadi.
La Federazione internazionale aveva torto nei confronti suoi e dei disabili.
Io non mi considero né disabile né normodotato, sono uno sprinter e così la gente mi deve vedere. Lo sport deve unire, non dividere. E nemmeno giudicare. Si è speculato moltissimo sui presunti vantaggi che le protesi mi avrebbero garantito, ma sono in molti a usarle e nessuno raggiunge i miei livelli. Spero che questa sentenza zittisca le folli teorie sul fatto che corro con un vantaggio sleale. Di sicuro riapre le porte dell'atletica ai disabili. La Iaaf, d'ora in poi, dovrà valutare caso per caso quanto la «meccanica» possa incidere sulla prestazione dell'atleta. A Losanna, il Tas ha preso in considerazione la globalità del problema, non solo l'aspetto tecnologico. Non sarà più possibile escludere un atleta a priori.
Ora dovrà guadagnarsi la qualificazione per Pechino. Il minimo sui 400 è fissato a 45''55, deve abbassare il suo record di un secondo. E non c'è molto tempo.
La bellezza dello sport è riuscire a migliorarsi, ho grandi speranze anche se sarà durissima. Mi aspettano settimane di intenso lavoro per tornare in forma. Ho saltato la stagione in Sudafrica e un paio di corse internazionali, ho tempo fino a luglio e ci proverò fino in fondo. L'obiettivo è grandissimo.
La sua vita sta per essere stravolta?
Dovrò allenarmi e basta. Domenica rientrerò in Sudafrica e a fine giugno tornerò in Europa per gareggiare. Mi attendono due gare di qualificazioni alle Paralimpiadi, in Olanda e Germania, dove dovrei ottenere i tempi minimi per 200 e 400 metri; poi sarò a Milano, il 2luglio, e a Roma, per il Golden Gala, l'11. Ho altre offerte per un terzo meeting, dovrei andare a Lucerna. Lì mi giocherò l'accesso ai Giochi.
E se non ce la facesse a qualificarsi?
Non sarebbe un dramma. Se non sarà Pechino, sarà Londra nel 2012. Mi basta correre perché mi fa sentire libero di esprimere le mie emozioni e la mia aggressività a prescindere che sia davanti a migliaia di spettatori o in uno stadio vuoto.
Non crede che Pechino possa essere la sede meno indicata per la sua impresa? Le violazioni dei diritti umani, la censura e la repressione in Tibet sembrano stridere con la realizzazione del suo sogno.
Ve l'ho detto, lo sport deve unire. La politica deve restarne fuori.
Amen
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venerdì, maggio 09, 2008
100mila morti
Detesto usare titoli come questo, ma la drammaticità della situazione è tale da non lasciare spazio a giri di parole. Lascio spazio al comunicato Cesvi:Il tragico bilancio del ciclone Nargis sale a 100.000 vittime. Oltre 1 milione di birmani sono senza casa.
Cesvi – presente dal 2001 in Myanmar – sta organizzando l’intervento di emergenza sanitaria in tre township nei pressi dell’ex capitale, Yangon, in cui si stanno rifugiando i sopravvissuti al ciclone che vivevano nella regione circostante e nel regioni meridionali, le più colpite dall’uragano.
“Fuori Yangon ancora non è arrivato nessun aiuto e in zone come Didaye, Maulamyinegyn, Pyapone, non c'e' nessuno o solo un’ organizzazione” afferma Silvia Facchinello, responsabile Cesvi in Myanmar "Anche per questo abbiamo scelto di intervenire in queste aree”.
In attesa dell’autorizzazione ad intervenire nelle zone maggiormente colpite, sulla base degli accordi assunti con le Nazioni Unite, il personale sanitario Cesvi interverrà per far fronte all’emergenza profughi con un intervento sanitario a favore di 5.000 famiglie e oltre 20.000 persone in maggioranza donne e bambini attraverso l'attività di cliniche mobili che forniranno cure e trattamenti sanitari. (CLICCATE QUI per donare)
L'approfondimento di Peacereporter (il regime respinge i soccorsi)
Il reportage di Repubblica /AUDIO
La galleria fotografica (Save the Children per Repubblica.it)
Silvia Facchinello, Cesvi, da Rangoon (Audio)
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mercoledì, aprile 23, 2008
Samia e il suo Ghana

Chiudo la giornata riportando l'intervista a Samia Nkrumah (figlia del mitico Kwame) che mi ha pubblicato Peacereporter. Samia è un'amica, ma la grandezza del padre e l'importanza sua e della sua famiglia per il futuro del Ghana sono fuori discussione:Ghana, la nuova redentrice
La notte del 6 marzo 1957, ad Accra, c’era anche Martin Luther King. Da Washington era arrivato Richard Nixon, all’epoca vicepresidente Usa. Gli esponenti della diplomazia di mezzo mondo erano presenti e, ovviamente, i leader africani erano accorsi in massa. L’Union Jack lasciava il posto alla stella nera, il Ghana nasceva dalle ceneri della Costa d'Oro e conquistava l'indipendenza dalla Gran Bretagna.
Kwame Nkrumah era salito sul palco a passo di danza e aveva pronunciato quel discorso che, come confessò in seguito, aveva fatto commuovere lo stesso King, l'uomo con un sogno: "Il Ghana è libero per sempre. La lunga battaglia è finita e il nostro Paese ha ritrovato la libertà perduta. Noi non saremo più, d’ora in poi, un popolo colonizzato. Tutto il mondo ci sta guardando". Era iniziata l’esaltante stagione delle indipendenze degli anni Sessanta.
L’Osagyefo (“il redentore”, come a Nkrumah piaceva essere chiamato) era un uomo brillante, trascinatore, di ampie vedute, consapevole della missione che la Storia gli aveva affidato: aprire la strada al riscatto del suo Paese, costruendo l’unità di tutto il continente. Africa Must Unite - “l’Africa deve unirsi” - è il titolo-slogan del più citato dei suoi numerosi libri. Non per nulla gli ascoltatori della Bbc lo hanno votato, nel 2000, “africano del millennio”.
Samia Nkrumah, figlia dell'Osagyefo, vive a Roma da anni. Lii e la sua famiglia hanno lasciato Accra dopo il colpo di stato di Jerry Rawlings, nel 1981. Ma il filo che la lega alla propria terra d'origine non si è mai spezzato e, oggi, è pronta a tornarvi, con un ruolo attivo, per il bene del popolo che non ha mai dimenticato il mito e il carisma di Kwame.
Samia, chi era davvero Kwame Nkrumah? Un leader, certo, l'ispiratore della coscienza africana. Ma è giusto definirlo un dittatore? Già al momento dell’indipendenza, con la carica di primo ministro, si assegnò anche i ministeri della difesa e degli esteri. Furono l’ambizione eccessiva e gli errori politici a segnare il suo declino?
Nkrumah commise forse degli errori politici (il Deportation Act, che permetteva di espellere dal Paese i cittadini stranieri che sostenessero e finanziassero le opposizioni, e il Preventive Detention Act, che permetteva di incarcerare per un periodo non superiore a cinque anni, sulla base di semplici sospetti, chi fosse accusato di azioni contro la sicurezza nazionale), ma non bisogna dimenticare gli attentati organizzati contro di lui con l'aiuto della Cia, come dimostrano documenti declassificati solo da pochi anni. Nkrumah fu un accentratore, è vero, ma non abusò mai del suo potere, nè intascò un solo centesimo del patrimonio nazionale, fatto più unico che raro, nel panorama continentale. Nkrumah vedeva nella federazione dell’Africa l’unico modo per il continente di emanciparsi realmente e di ritagliarsi uno spazio nell’epoca dei blocchi contrapposti: era favorevole a una politica di “neutralismo attivo” rispetto alla guerra fredda, anche se era un sostenitore del socialismo africano. Ovvio che gli americani non lo considerassero un amico.
Cosa ha rappresentato per l'Africa l'indipendenza del Ghana?
Tutto. La nascita del Ghana diede il via a un processo incredibile: tutti i Paesi che si affrancarono dal colonialismo lo fecero sulla spinta della liberazione ghanese e il governo di Nkrumah fornì loro appoggio logistico e politico. Nel 1958 convocò ad Accra due storiche conferenze panafricane, le prime in terra d’Africa: una con i capi di stato degli otto Paesi allora indipendenti (Egitto, Etiopia, Liberia, Libia, Marocco, Sudan e Tunisia oltre allo stesso Ghana, ndr), l'altra con i rappresentanti dei popoli africani in lotta per l’indipendenza.
Ha ancora senso parlare di panafricanismo, oggi?
Certo, oggi più che mai l'Africa ha bisogno di unità, per far fronte all'assalto neocoloniale dell'Occidente. L'Unione Africana, del resto, sta portando avanti un programma molto simile a quello ideato da Nkrumah.
Il petrolio sta diventando decisivo anche in Ghana. State per diventare un Paese ricco?
Il Ghana è sempre stato ricco. L'Africa, in generale, lo è. Abbiamo enormi giacimenti di minerali preziosi per l'industria, di oro, di petrolio. Il problema è che la popolazione non ha mai goduto di tale ricchezza. Il petrolio, oggi, può rappresentare l'abbondanza per il mio Paese, ma anche un pericolo enorme. Ovunque abbiano trovato nuovi giacimenti, in Africa, ci sono stati danni enormi, e la popolazione non ne ha mai tratto alcun beneficio. Tutto dipenderà da come i nostri politici sapranno gestire la faccenda.
Sei ottimista? Credi che i leader ghanesi saranno in grado di raccogliere questa sfida?
Diciamo che sono speranzosa: a dicembre, ci saranno le elezioni, possiamo solo augurarci che alla guida del Ghana arrivino persone integre e capaci.
I tuoi progetti per il futuro?
Tornerò a vivere in Ghana: io e miei fratelli non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità: siamo i figli di Kwame Nkrumah, un simbolo per tutta l'Africa. Dovremo agire di conseguenza.
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sabato, marzo 29, 2008
Polonia, Ucraina, Italia... chi dorme di più?
Stanchi dei soliti copiaincolla? Beh, leggete Bianchi, poi ne riparliamo:L'Italia e gli Euro 2012, la partita davvero chiusa?
Il 18 aprile un'ispezione, forse l'ultima, poi dopo l'estate l'Uefa deciderà: gli Euro 2012 in Polonia-Ucraina sono ancora fortemente a rischio ma come ha detto anche Michel Platini nei giorni scorsi a Repubblica l'Italia che ha fatto? Niente. Ha perso la corsa, un anno fa a Cardiff. Il governo ha stanziato 20 milioni di euro nella Finanziaria per rifare gli stadi: è poco. La Figc se n'è disinteressata, i Comuni pure, il governo non c'è più. Resta a combattere, almeno per ora, Luca Pancalli, ex commissario Figc. Lui ci crede tanto che oggi è a Udine. Ci crede anche Andrea Valentini, ex n.1 del Credito Sportivo, in contatto con qualche club (come l'Atalanta) che ha idee e vorrebbe tanto portarle avanti. La Juve ha intenzione di farsi uno stadio da 40.000 posti al posto di quell'inutile monumento che è il Delle Alpi (costruito nel non lontano 1990, una vergogna...). A Teramo è stato inaugurato un nuovo stadio polivalente, costruito dalla stessa società che ha in piedi un progetto con la Sampdoria. Qualcosina quindi comincia a muoversi, lentamente. C'è ancora tempo per recuperare?
Giusto qualche riga dall'intervista dello stesso Fulvio Bianchi al presidente Uefa, per chiarire la situazione dell'Italia rispetto a Euro 2012:
Di Euro 2012 che ci può dire? Polonia e Ucraina non ce la fanno proprio.
"Non lo so. Abbiamo cercato di svegliarli. Si vedrà fra qualche mese, dopo giugno. L'Italia si fa sotto? Ma che ha fatto rispetto ad un anno fa, rispetto a Cardiff?".
Niente.
"E allora? Non ha gli stadi. Ma non ci sarà, eventualmente, un nuovo bando. Non ci sarebbe il tempo. Deciderò io, con il consiglio direttivo. Noi faremo di tutto perché si giochi dove si è deciso, in Polonia-Ucraina. Però..."
(clicca qui per leggere il resto dell'intervista)
Insomma, il Sudafrica non sarà messo benissimo, per il 2010, ma Polonia e Ucraina stanno anche peggio. E l'Italia? Mah...
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giovedì, febbraio 21, 2008
Chiudiamo con Sortino
Allora, riporto l'articolo-intervista che mi ha pubblicato ieri il Manifesto (resterà online solo una settimana, nel sito del quotidiano), poi dimenticherò di aver anche solo sentito parlare della famiglia Mastella, promesso.. In effetti, è passato più di un mese dal "giorno di Ceppaloni", ma non è mai troppo tardi per l'informazione corretta.
O sì?
Tv, un metalmeccanico troppo raccomandato
Questa è la storia di un'invasione silenziosa ma non per questo meno cruenta: Ceppaloni alla conquista dell'Italia. Qualcuno ha cercato di far credere che si trattasse dello «scontro tra due ragazzi, tra due mondi». Tra due raccomandati. In fondo, è quello che tutti abbiamo potuto vedere, nel servizio che mandò in onda Sky: Elio Mastella, il figlio del «boss», ha rimesso al suo posto l'ormai ex Iena Alessandro Sortino, ricordandogli che lui, povero metalmeccanico, campa con «1800 euro al mese», mentre l'inviato Mediaset, figlio di un pezzo grosso nel campo dei media, non può permettersi di dargli lezioni di vita. Ma, come ha scritto qualcuno, l'evidenza dei fatti dimostra solo i fatti evidenti. E ciò che abbiamo visto e letto nei giorni scorsi, a un'analisi appena meno superficiale, si dimostra lacunoso, impreciso, se non addirittura falso, chiamando in campo per l'ennesima volta il servilismo dei media nei confronti dei padroni.
Tanto per cominciare, come scrive Peter Gomez, dovremmo essere tutti grati a Sortino. Stava facendo il suo lavoro e può diventare pericoloso creare dei martiri, degli eroi, da una parte e dall'altra. Forse non sarà possibile dimostrare che il figlio di Sebastiano Sortino, direttore della Commissione per i servizi e i prodotti dell'Agcom e direttore generale della Federazione italiana editori giornali, sia davvero un «self made man» e non un «figlio di papà», come insinuato dal metalmeccanico di Ceppaloni. Quello che si può fare, però, è chiarire che, se viene dato per scontato che Alessandro Sortino sia un raccomandato solo a causa del suo albero genealogico, forse il potere della famiglia Mastella ha messo radici al di fuori del territorio in cui è sempre stato invincibile. Forse l'Italia è già una provincia di Ceppalonia, dove il semplice fatto di non approfittare dei vincoli familiari rappresenta un orrendo crimine contro la morale ed è inammissibile anche solo l'idea di concedere una possibilità a chi potrebbe essere stato raccomandato e, magari, non lo è.
Ma andiamo con ordine. È importante conoscere il protagonista di questa vicenda kafkiana. Sortino entra a Radio Capital nel 1998, cioè sette anni prima che suo padre vada all'Agcom. Davide Parenti lo chiama alle Iene nel 2000. È un raccomandato?. Se lo fosse, sarebbe più logico aspettarsi di vederlo nella redazione di uno dei grandi quotidiani nazionali, ma concediamo ancora il beneficio del dubbio ai ceppalonici.
Il già più volte citato genitore Sortino, dal '77 direttore generale della Fieg e consigliere Cnel, esperto di antitrust e tetti pubblicitari tv, non è esattamente un «amico» del monopolio Mediaset e Confalonieri non fa mistero della reciproca «non simpatia» (il suo lavoro consiste nell'impedire alle reti di Berlusconi di fagocitare tutta la pubblicità, a scapito della carta stampata). Alessandro, fa carriera nonostante il padre e il padre la fa nonostante Mediaset. Dopo gli esordi a Vita, giornale del terzo settore, più di dieci anni fa, passò a intervistare gli spettatori all'uscita dei cinema romani. Da quegli inizi «dorati» allo scontro con la famiglia Mastella, Sortino ha lavorato con molte persone; alcune, lo hanno accompagnato nell'ultimo decennio, da Parenti a Mentana. Sembra che tutti rimpiangano il suo lavoro. Parenti ha ribadito che, fosse per lui, «Alessandro lavorerebbe ancora alle Iene. Dobbiamo renderci conto che nessuno è mai completamente libero, tutti, prima o poi, abbiamo subìto una censura. Andiamo avanti, che possiamo fare? È il nostro lavoro. Alessandro è sempre stato un rompicoglioni anche con noi... Ci stiamo ancora leccando le ferite, pensando di averlo perso. Sono sicuro che tra non molto lo vedremo in televisione con un suo programma di successo».
Enrico Mentana, che con lui ha lavorato a Matrix, lo conosce meno, ma abbastanza per dire che «raccomandato non lo è di sicuro, ha sempre parlato attraverso il suo lavoro. Capisco che per Elio Mastella la situazione non sia delle migliori, ma deve farsene una ragione: siamo tutti figli di qualcuno e da quello dobbiamo partire». E via di questo passo, con Filippo Roma, suo collega alle Iene e vecchio amico, con cui ha firmato la sceneggiatura di un corto diretto da Monicelli; Fausto Brizzi, regista di Notte prima degli esami, che lo conosce da anni e che con lui ha condiviso la passione per il cinema. E Giampaolo Roidi, oggi direttore di Metro, allora capo della redazione romana di Vita, che lo portò con sé alla Stampa. Lorenzo Maiello, «capo» delle iene romane. Tutti pronti a giurare sull'onestà dell'ex collega. Come premesso, questo non basta a garantirne la correttezza, ma dovrebbe aver inquadrato il personaggio. Una volta chiarito che Sortino possa aver fatto strada con le proprie forze (Parenti: «Un raccomandato non avrebbe un contratto in esclusiva, con uno 'stipendio' fisso? Lui guadagna solo se lavora...»), torniamo ad analizzare i fatti di Ceppaloni.
L'inviato delle Iene si è presentato a casa Mastella con l'ormai famosissimo sacchetto di arance. Che Elio Mastella, nonostante le molte ricostruzioni «inesatte» di questi giorni, non ha mai visto. Il suo attacco è comprensibile, come conseguenza di un momento di «forte stress». Ma lui, il rampollo, non nega mai di essere parte del clan. Cerca solo di deviare l'attenzione dall'unica domanda di Sortino, quella a proposito della casa. Quale casa? Il sottopagato Elio Mastella, con il suo mai abbastanza sottolineato stipendio da 1800 euro (percepito come dipendente Selex, gruppo Finmeccanica), riesce a pagare, insieme al fratello Pellegrino, una rata (fantascientifica) di 6700 euro per il mutuo acceso per uno dei sei appartamenti che la sua famiglia ha acquistato a prezzi stracciati nel centro di Roma. L'appartamento ex-Inail, in largo Arenula, ospita Il Campanile ed è di proprietà di una società intestata all'ex tesoriere Tancredi Cimmino e al segretario Mastella, poi girata - in parti uguali - ai due eredi. Nonostante il valore dell'immobile si aggiri intorno ai 2,4 milioni, i ragazzi Mastella se lo aggiudicano per 1,45 milioni, grazie a un mutuo di 1,1 milioni con rata mensile, come detto, di 6700 euro. Come lo pagano? Con i soldi ricavati dall'affitto versato dall'Udeur, 6500 euro mensili, il doppio di quello pagato all'Inail. Come l'hanno garantito? Con due dei quattro appartamenti comprati in contanti (due da Elio, due da Pellegrino) in lungotevere Flaminio.
Il giovane metalmeccanico possiede quindi un intero terzo piano comprato per soli 200mila euro, mezzo mega-appartamento in largo Arenula e un altro da 67mila euro. Cioè una parte del patrimonio immobiliare del clan Mastella/Udeur/Il Campanile. È come scoprire l'acqua calda, ma il vero problema, per i vertici Mediaset, non potrebbe essere stata proprio la curiosità di Sortino sugli illeciti di un politico che, con tre soli senatori, fa di tutto per favorire il ritorno al potere del proprietario della stessa azienda televisiva? Non sarebbe stato carino permettere a una Iena di parlare di consulenze, voli, contratti, benzina e case, persino torroncini e panettoni, pagati dal giornale Udeur e usati da Mastella & C., grazie anche ai fondi pubblici...
L'etica di Ceppaloni ha vinto e così tutti siamo ricattabili
Non dev'essere facile scontrarsi con il clan dei Mastella, anche se nella persona di un metalmeccanico. Alessandro Sortino, ex Iena, ex collaboratore di Mediaset, lo ha sperimentato in proprio: per lui, l'ultimo viaggio a Ceppaloni, ha significato una vita nuova, lontano dal programma che lo ha reso noto al pubblico. Alessandro, cos'è successo a Ceppaloni?
A Ceppaloni sono finito in un incubo mediatico: quando sono arrivato, Mastella padre e Mastella figlio erano appena usciti di casa con un preciso obiettivo: presentarsi al mondo come vittime innocenti di uno sciacallaggio mediatico e giudiziario. I giornalisti presenti facevano loro da coro greco, da amplificatore. La iena con le arance è diventata il simbolo della categoria degli accusatori su cui ribaltare le accuse.
Ma è tutto finto: Mastella non è una vittima e le Iene non erano lì per speculare sull'arresto della moglie. Eravamo lì per dire: l'arresto è una misura assurda perché rende tutto più complicato, impedisce di chiedere conto, politicamente, dei comportamenti eticamente indifendibili. Comunque: le arance vista l'ariaccia non le ho nemmeno mostrate ai Mastella, sulla carriera del figlio non ho detto mai nulla, al contrario ho fatto qualche domanda sul patrimonio immobiliare familiare, domande che non sono andate in onda.
Ti hanno censurato, insomma...
Sì. È capitato che Mediaset ci chiedesse di modificare un pezzo, spesso sotto l'impulso dell'ufficio legale; noi non abbiamo mai tenuto un atteggiamento da duri e puri. Questa volta, però, nessuno mi ha interpellato e non mi sono state proposte modifiche: hanno semplicemente detto che il pezzo non doveva andare in onda, dopo che i miei capi, invece, lo avevano approvato e annunciato anche ai giornali.
Davide Parenti ti ha difeso?
Ha difeso me fino in fondo, ma ha anche dovuto difendere il programma e tutti quelli che ci lavorano. Per questo è andato in onda lo stesso. Sai come si dice: show must go on.
Non credi che avresti potuto continuare con le «Iene», per dimostrare il tuo valore «sul campo»?Mediaset aveva due valori sul tavolo: la dignità e la libertà di un suo collaboratore storico, e il rapporto con un politico influente. Ha scelto il secondo. Era inevitabile? Forse sì. Ma ci sono rimasto male lo stesso.
Come stai vivendo questa situazione?
Male. Mi ha colpito leggere come hanno modificato il mio profilo su Wikipedia: ora c'è scritto «figlio di Sebastiano Sortino». Ho provato a dimostrare di non essere raccomandato, di aver fatto una carriera rocambolesca, senza mai avere una scrivania o un posto fisso. Ma è inutile: ha vinto l'etica ceppalonesca, per cui tutti devono essere ricattabili perché si comportano come i Mastella: se hai un cognome, lo usi, nessuno è disposto a credere il contrario. Mi ribello a questa concezione, e lo faccio da cattolico, da cristiano: la famiglia è importante per far crescere i bambini, non per passarsi i privilegi per via ereditaria, a scapito dei figli di nessuno.
E adesso, che farai?
Lavoro per la Magnolia, a La7, come autore di Exit. Sto preparando un programma di inchiesta, di cui è già andata in onda la puntata pilota, si chiama «Malpelo». Cerco di interpretare quello che mi accade come un segno: se vieni infangato e diffamato su ciò a cui tieni di più, l'orgoglio di avercela fatta da solo, vuol dire che è sbagliato l'orgoglio. Bisogna puntare sulla qualità del lavoro, lasciando perdere se stessi.
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