sabato, marzo 28, 2009

 

Il calcio di rigore perfetto

Subito dopo la figuraccia planetaria dei giovani portoghesi, un gruppo di ricercatori della John Moores University, di Liverpool, avrebbe elaborato la formula matematica per calciare un rigore imparabile.
Dopo una ricorsa di 5-6 passi bisogna colpire il pallone con angolo di 20 o 30 gradi e dargli una velocita' di 105 chilometri orari, puntando mezzo metro sotto la traversa e mezzo metro verso l'interno della porta.
Per intercettarlo il portiere dovrebbe avere almeno una laurea in Trigonometria Quantistica.
(Fonte: AGI)
Beh, io l'ho presa da Cacao.

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lunedì, luglio 07, 2008

 

Stranieri

Fulvio Bianchi parla di giocatori stranieri nei vari campionati (la cosa, come vedrete, ricade in modo pesante sia sul lavoro delle nazionali che, tout court, sul continente africano):

(...)il vero problema lo ha Fabio Capello: come fa a fare la Nazionale inglese se, in base ad uno studio, su 471 calciatori nelle rose basi della Prima divisione ben 280 (il 59,4%) non sono convocabili per le squadre nazionali? Impressionante. In Germania sino al 48,1%, in Spagna (campione d'Europa) al 38,6. E in Italia? Gli stranieri incidono molto meno: su 410 giocatori in rosa, 155 (il 37,8%) non sono convocabili per le squadre nazionali. Percentuale molto bassa che facilita il compito di Lippi. Il vero problema semmai sono i vivai: lì, come denunciato dal sindacato calciatori, sono arrivati in pochi anni centinaia di ragazzini dall'estero che non erano mai stati tesserati in precedenza. Sconosciuti, che chissà che fine fanno. Una vera tratta di baby-calciatori. I nostri club si lamentano quando il Chelsea o il Manchester porta via un bay-talento (in pieno accordo coi genitori e strapagandolo...) ma sono i primi veri predoni soprattutto in Africa, alcuni club lo fanno da anni. La Figc ha promesso un'inchiesta, speriamo in bene: anche perché così facendo i ragazzini italiani trovano sempre meno spazio nei nostri vivai, e questo a gioco lungo potrebbe essere un problema serio nelle Nazionali. Il vero marcio è lì, nei settori giovanili, e non tanto ai vertici: anche se qualche club ha utilizzato il mercato estero per muovere un po' di soldi.

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giovedì, aprile 24, 2008

 

L'addio di Parreira

Non mi ero perso la notizia di Parreira, ovviamente. Ecco il pezzo che ho scritto per il Manifesto (di ieri):

Il triste addio di Parreira «Africa, mia moglie è malata»
Il ct brasiliano lascia la guida della nazionale sudafricana per stare vicino alla consorte come accaduto a Cesare Prandelli nel 2004. A due anni dai primi mondiali neri della storia, il paese arcobaleno si affida a un altro tecnico carioca, Joel Natalino Santana

Nei giorni scorsi, le voci dell'addio ai bafana bafana di Carlo Alberto Parreira si erano fatte sempre più insistenti. Il tecnico brasiliano non aveva ancora preso la parola, che già i commentatori sudafricani iniziavano a far circolare i nomi dei possibili sostituti alla guida della nazionale: Eriksson, Scolari, Mourinho. L'attesa per i Mondiali del 2010 è spasmodica e questo inconveniente rischiava di intralciare il cammino della squadra verso il più importante appuntamento della propria storia. Lunedì il ct brasiliano ha reso pubbliche le sue dimissioni, spiegando di voler stare vicino alla moglie malata, come accaduto a Cesare Prandelli quando nel 2004 lasciò la Roma dopo pochi mesi per assistere la compagna di vita nella lotta contro il cancro. «Dopo 36 anni di matrimonio, come avrei potuto dire di no? - ha spiegato Parreira in lacrime - mia moglie ha bisogno di me». Il ricco contratto con la federazione sudafricana è passato in secondo piano, così come l'opportunità di conquistare l'amore eterno dell'Africa calcistica.
Il ct del Brasile che sconfisse l'Italia di Sacchi a Usa '94 non ha avuto vita facile in Sudafrica. I problemi erano cominciati ancora prima del suo arrivo nella Rainbow Nation, con l'annuncio di uno stipendio da superstar: 200mila euro al mese. Parreira aveva deciso di tornare nel continente nero dopo quasi quarant'anni dagli esordi alla guida della selezione nazionale ghanese nel 1967: in quel Paese, il brasiliano conquistò il primo trofeo da allenatore, portando il club del Kotoko alla vittoria della Coppa dei Campioni africana. Quella dei bafana bafana è stata la sesta nazionale guidata da Parreira, dopo Ghana, Kuwait, Emirati Arabi, Arabia Saudita e Brasile.
Ma i 15 mesi sulla panchina più importante del continente sono stati tutt'altro che semplici. Superata la diffidenza iniziale di quella parte di critica che non si spiegava come un Paese con una tale quantità di poveri potesse permettersi di pagare tanto un allenatore di calcio, Parreira aveva dovuto scontrarsi con la disorganizzazione dei padroni del calcio sudafricano: il brasiliano era arrivato a Joannesburgh con un visto turistico, fatto che aveva portato le autorità locali a minacciare pesanti sanzioni (addirittura l'arresto), nel caso in cui Parreira avesse assunto la guida della nazionale prima del rilascio del permesso di lavoro. «La legge è chiara - disse il portavoce del Ministero degli Interni Mantshele Tau - Parreira e il suo assistente non possono lavorare finchè le loro carte non saranno in regola. Non può nemmeno andare allo stadio o prendere nota davanti alla televisione perché quello di fatto è lavoro».
Superato lo scoglio burocratico, l'uomo che avrebbe dovuto guidare i sudafricani al Mondiale ha dovuto fare i conti con tutti gli altri problemi del calcio sudafricano. Poco dopo aver assunto l'incarico, lui stesso parlò del disastro trovato in ambito giovanile: «Questa è la parte triste. In Sudafrica, non esiste alcun programma di formazione giovanile. Non esistono campionati under 18, under 20 o under 16. E' assurdo. Non puntare sui giovani vuol dire rinunciare alla possibilità di sostituire adeguatamente i giocatori infortunati o vicini al ritiro. Finiti i Mondiali io me ne andrò, mentre il Sudafrica continuerà ad aver bisogno di campioni».
Ora Parreira se ne va, dopo una Coppa d'Africa non del tutto negativa (due pareggi con Angola e Senegal e una sconfitta con la Tunisia): l'obiettivo era quello di accumulare esperienza internazionale senza subire le batoste rimediate prima del suo arrivo. Le ultime amichevoli avevano dato un po' di speranza (3-0 al Paraguay), l'entusiasmo era cresciuto attorno a una squadra giovane e divertente. Poi la doccia fredda. Il suo posto è stato subito affidato a un altro brasiliano, Joel Natalino Santana, che ha lasciato il Flamengo ed è partito alla volta dell'Africa. Il successore di Parreira (che resterà comunque a disposizione come consulente tecnico per garantire un passaggio morbido alla nuova gestione) può vantare la vittoria del campionato carioca con tutti i grandi club di Rio de Janeiro (Vasco da Gama, Fluminense, Botafogo e Flamengo). Al 59enne tecnico carioca di certo non manca l'esperienza, avendo cominciato a girovagare nel lontano 1981 con l'Al Wasl, negli Emirati Arabi. Dopo quasi trent'anni sulle panchine più prestigiose del Brasile (con due incarichi in Arabia Saudita e uno in Giappone, al Vegalta Sendai), lascia la panchina del Flamengo da eroe: lo scorso anno aveva guidato i rossoneri dalla zona retrocessione fino a un piazzamento in Copa Libertadores. E, ora, la grande occasione della vita. Il Mondiale. Oltre a un sacco di soldi, se è vero quello che dice il vice presidente del Flamengo Kleber Leite: «Santana guadagnerà in 30 mesi quanto ha guadagnato in 30 anni di carriera. Davvero non avrebbe potuto rifiutare».

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giovedì, settembre 20, 2007

 

Lo sfogo di un ct

L'ottima Graziana Urso, del blog "gemello" Sudafrica 2010, riporta questo sfogo (e non è nemmeno il primo) del brasiliano alla guida dei bafana bafana.
Dopo la sconfitta maturata contro lo Zambia nelle qualificazioni per la Coppa d’Africa e il pareggio strappato in amichevole all’Uruguay, il ct del Sudafrica Carlos Alberto Parreira fa il punto sulle condizioni della sua squadra in vista dei prossimi Mondiali.
“Sono qui da otto mesi - dichiara il coach brasiliano - ma è evidente che abbiamo bisogno di più tempo. Credo che progressi significativi si noteranno solo a partire da febbraio o marzo”.
Secondo Parreira, due sarebbero gli handicap dei sudafricani: la filosofia di gioco e l’impossibilità di un ricambio generazionale.
“E’ contro la mia religione - spiega - giocare la palla lunga, non costruire da dietro tenendo il possesso di gioco. Non penso sia lo stile giusto, specialmente per una squadra africana”.
Poi lancia una stoccata alla sua Federazione: “In Sudafrica non ci sono competizioni giovanili, il che è un vero peccato: non puntare sui giovani vuol dire rinunciare alla possibilità di sostituire adeguatamente i giocatori infortunati o vicini al ritiro. Il problema non riguarda me, ma il Paese. Finiti i Mondiali io me ne andrò, mentre il Sudafrica continuerà ad aver bisogno di campioni”.

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sabato, aprile 28, 2007

 

I dolori del giovane Kermit

Ho riflettuto a lungo sull'opportunità di riportare questa notizia. In fondo, anche se il calcio sudafricano non ci fa una gran figura, l'accaduto non è in relazione diretta con la Coppa del Mondo e mi sembra di essere già stato fin troppo critico con gli organizzatori.
Alla fine, non cedo alla tentazione dell'autocensura e vi faccio il resoconto dell'ultima gaffe della Safa (South African Football Association), raccontata dal Mail & Guardian. A farne le spese, è stato il nazionale U-17 Kermit Erasmus (nella foto - scherzavo: si chiama così in onore del jazzista Kermit Ruffins). Il ragazzo avrebbe dovuto sostenere un provino per il Tottenham, a Londra, ma ha avuto la pessima idea, prima, di partecipare alla Coppa d'Africa di categoria in Togo con la maglia della propria nazionale. Beh, non ci crederete, ma la Safa è riuscita a perdergli il passaporto, impedendogli, così, di lasciare il Paese.
Se non è grave come il tesseramento di un tecnico straniero senza prima avergli procurato il permesso di soggiorno, poco ci manca.
Forse è il caso che l'organizzazione migliori almeno un po', se i dirigenti sudafricani non vogliono trascorrere in Australia le vacanze estive del 2010.

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